Ci sono tante ragioni per vivere in una bolla. Per paura, felicità, sicurezza, concentrazione, stabilità. Per Don Vesco, come per tutti quelli che pensano e vanno velocissimo, stare in bolla era semplicemente una ragione esistenziale. Tutto ciò che desiderava era correre a 500 miglia orarie – al cambio attuale fanno circa 800 km/h, la velocità di un aereo di linea su una rotta intercontinentale – sulla superficie e sotto la luce implacabile del lago salato più famoso e nominato al mondo. Facile dunque intuire che, nel caso di Vesco, la bolla era aerodinamica, creata dalle carenature dei mostruosi siluri appuntiti nei quali si lanciava a vita persa, per inseguire un record ai limiti dell’umano.
Quel cognome italoamericano sarebbe più facile immaginarselo nei titoli di testa di uno spaghetti western – o di un porno – degli Anni 70. Invece, Don Vesco lo trovi iscritto nella Motorcycle Hall of Fame americana dal 1999. Curiosamente, Wikipedia lo definisce un “uomo d’affari”. Se la velocità è un mestiere, allora sì, è sempre stato questo il suo vero business.

Don Vesco era il Re di Bonneville. L’ha governato con audacia sulle due, come sulle quattro ruote. Il sale gli apparteneva e lui apparteneva a quell’elemento magico. Anche se è stato definito “the Forever Racer“, aveva solo due avversari: l’attrito e se stesso. Li ha battuti entrambi più volte.
Se poi si scava bene nella sua biografia, si scopre che è stato un pilota di fuoristrada, di velocità in pista, di accelerazione sulle dragstrip. E gli affari li ha fatti veramente, prima come concessionario Yamaha, poi come proprietario di un team.
Ma c’è una cosa per cui Vesco ha raggiunto il mito: i record terrestri battuti a ripetizione fra gli Anni 70 e i 90. Oggi possono essere dati per scontati, ma sarebbe un abbaglio madornale. Per due ragioni: è stato lui a piantare i paletti oltre i quali l’essere umano non poteva spingersi in quel determinato tempo. E l’ha fatto senza l’aiuto di materiali aerospaziali, senza la tecnologia digitale, Space X o quello che volete. Solo tanta meccanica, caparbietà e sana follia.
Vesco nasce l’8 aprile 1939 a Loma Linda, California, da padre hot rodder e santa donna. Fin da bambino dimostra una speciale inclinazione per la velocità così come la intendono gli americani, pura e rettilinea. Quando raggiunge l’età per salire in moto, è la fine. Anzi l’inizio: con le “scrambles” nel deserto, le gare TT (cioè il flat track con un salto e almeno una curva a destra) e in pista accanto all’amico Cal Rayborn, altro prodotto californiano DOCG.
Tra la fine degli Anni 50 e i primi 60 Vesco riempie il soggiorno di casa con parecchi trofei e si fa notare dalla Honda, che lo accoglie nella squadra corse ufficiale. Gli mettono a disposizione l’ambita 250 quattro cilindri RC161. Nel 1963 cede alle lusinghe di Yamaha, altro nome emergente sul mercato americano. Debutta a Daytona allo United States Grand Prix e lo vince su una RD56 250 2 tempi, la moto che nel ’64 avrebbe portato il primo Mondiale GP ai Tre Diapason con Phil Read.
Ormai Don Vesco è un pilota famoso, almeno Oltreatlantico. Per sfruttare la sua popolarità, Yamaha gli offre di aprire una concessionaria con il suo cognome nel 1966. Dapprima esita. Poi, senza un vero lavoro, accetta. Il suo negozio diventa presto un covo di squinternati, tra i quali i futuri campioni Kel Carruthers e Gene “Burrito” Romero; e arriva a sponsorizzare una sessantina di piloti locali.
“Probabilmente non ci ho fatto molti soldi, ma era molto divertente seguire tutti quei piloti. Era un continuo dentro e fuori: dal Giappone arrivavano le parti speciali da assemblare sui motori, che poi spedivamo in tutto il Paese“, avrebbe raccontato lui.
Il lupo non perde il vizio e alla fine dei Sessanta, Don Vesco ha messo in curriculum esperienze da pilota anche per BSA e la 250 Bridgestone, progetto satellite dell’omonima azienda di pneumatici giapponese. In testa, però, ha il chiodo fisso del rodder: filare a 200 miglia orarie sui laghi secchi e salati, i teatri dei cosiddetti land speed record.

Nella sua officina di San Diego appronta uno streamliner che fascia un piccolo motore bicilindrico Yamaha 350, tirato allo spasimo. Alla Speed Week di Bonneville del 1969 lo spedisce a 227 miglia orarie (364 km/h), impresa che lo fa ammettere di diritto nel “200 Mph Club”.
Poteva bastare? Certo che no. Vesco ha notato qualche pecca nella carenatura. La perfeziona, la rivernicia ed eccolo l’anno successivo diventare l’uomo più veloce al mondo su due ruote strette come le chiappe, a 251,924 mph (405 km/h). Poteva bastare, ora? Certo che no. Nel 1974 pettina il lago salato a 303.928 mph sulla sua Yamaha Silver Bird, la prima motocicletta a rompere il muro delle trecento miglia orarie a 483 km/h. Passano altri quattro anni di tentativi e Vesco schianta la concorrenza volando a 333.117 mph (536 km/h), un record che avrebbe resistito per 19 anni!

Poteva bastare, adesso? Certo che no. Tra un lancio e l’altro, Don Vesco culla la possibilità di passare ai siluri a quattro ruote, per accarezzare le quattrocento miglia orarie. Stavolta la rincorsa è assai più lunga e complicata. Finché con il fratello Rick, altro squilibrato, nel ’96 Vesco inizia a testare “The Turbinator”, l’interminabile streamliner da 3.750 cavalli spinto da una turbina derivata dai jet.
Il missile terra-terra fa puntualmente strage di miglia orarie tre anni più tardi quando non solo demolisce il muro delle 400 mph, ma si spinge quota 427 (687,45 km/h!). Due pericolosi anni dopo, Vesco stabilisce il nuovo record di 458,44 (737,36 km/h) superando quello del leggendario “Bluebird” dell’inglese Donald Campbell, che resisteva da ben 35 anni.
È vero, a Bonneville non ci sono curve e a certe velocità diventa tutto nero, ma è interessante notare che Don Vesco riesce nell’impresa vedendo dal solo occhio sinistro: il destro se n’era andato per un incidente accaduto mentre assisteva a una gara di velocità.

Poteva bastare, finalmente? Certo che no. Anche con un occhio solo, Don Vesco “vede” il suo personale traguardo delle cinquecento miglia orarie piantato nel candore abbagliante delle Salt Flats. Purtroppo, stavolta deve misurarsi con un avversario troppo più forte di lui e nel 1999 si spegne – incredibile a dirsi – nel suo letto per un cancro, ad appena 62 anni. Avvolto per sempre nella bolla della leggenda, il record di Don Vesco è imbattuto ancora oggi. Anche dai piloti che si sono succeduti sul “Turbinator” fino al 2024, l’anno del tributo finale alla Bonneville Speed Week.









