La storia di un’amicizia tra piloti che li ha portati a correre fino alle dune del deserto, nel Rally più importante del mondo, partecipando allo sviluppo di un progetto chiamato Tuareg.

Dopo il lancio ad Eicma della nuova Aprilia Tuareg abbiamo deciso di intervistare i due piloti che portarono la prima Tuareg alla Dakar: Sandro Zanichelli e Andrea Balestrieri. In questo mese si è corsa anche la quarantaquattresima edizione della Dakar che, per il terzo anno consecutivo, si svolge interamente in Arabia Saudita, dal 1 al 14 Gennaio, con la prima tappa in partenza da Gedda per il plotone di 1.065 piloti iscritti a questa edizione 2022. Questa storia, però, ha radici ben più lontane.

Sandro Zanichelli, parmense classe 1960 e ai tempi studente di ingegneria, è stato un pilota di motocross e di enduro dal 1974, fermatosi purtroppo a causa di un incidente nel momento di apice della sua carriera sportiva e capace, dopo due anni, di ricominciare con forza e determinazione. Un pilota estroso, lo spirito del gruppo e il jolly su cui puoi sempre contare.

Sandro, raccontaci della tua carriera

“La mia carriera sportiva in moto è iniziata nel motocross e nei campi vicino casa con mio fratello quando ancora non portavamo nemmeno il casco; a 14 anni ho vinto il campionato italiano dei giochi della gioventù, molto famosa a quel tempo. In seguito iniziai a correre la Coppa Italia in una squadra cross chiamata Ariani, insieme a molti piloti forti, dopodiché passai in classe 125 a livello Nazionale dove purtroppo, poco tempo dopo, mi ruppi i legamenti del ginocchio e quindi la mia carriera crossistica ebbe un forte stop”.

Come nasce la voglia di partecipare alla Dakar? Parlaci delle emozioni che un Rally di questa importanza ti ha dato.

“Avevamo sentito parlare di questo Rally pazzesco, che aveva già fatto quattro edizioni, ci aveva suscitato curiosità quindi una sera a cena con il mio amico Balestra (Andrea Balestrieri) decidemmo di partecipare nel 1983 con un team privato. Io purtroppo, per svariati problemi, non riuscì ad arrivare al termine ma fu comunque qualcosa di incredibile. Partecipare a una manifestazione di quel tipo fa venire i brividi ancora adesso perché ricollego tutto alla mia giovinezza, alle migliaia e migliaia di persone che ho conosciuto e incontrato, ai posti mozzafiato che ho potuto vedere e a quel senso di avventura che mi ha trasmesso”.

Come ci puoi descrivere i tuoi anni in Dakar con Tuareg?

“La mia amicizia con Balestrieri è il filo conduttore di questa bellissima storia, che sicuramente ha formato tanto il mio carattere dandomi una grande forza nella vita in generale, eravamo molto contenti di poter collaborare con Aprilia per lo sviluppo di questa moto, a partire dalle carene in carbonio per arrivare fino al nome. Aveva splendide forme e una guidabilità fantastica, ottime sospensioni e un affidabile motore Rotax”.

Cosa pensi della nuova Tuareg?

“Mi piace molto, mi riporta alla mente bei ricordi e sono contento del rilancio di questo nome e della sua storia ricca di aneddoti da raccontare”.

Come vedi invece l’evoluzione della Dakar ai tempi di oggi?

“Penso sia diventata sempre più comoda, sia per le moto sia per l’arrivo dei satellitari, anche se la velocità è sempre più folle, quindi tecnologia molto più avanzata e meno avventura, penso che se fossi giovane comunque mi piacerebbe partecipare”.

Andrea Balestrieri, anch’egli parmense ma classe 1959 ed allora studente di Economia e Commercio, è stato un pilota ricco di esperienza, volontà e ottime capacità che lo portarono a raggiungere risultati incredibili: campione regionale nel 1979, campione regionale, secondo classificato nel campionato italiano juniores di enduro e campione nazionale agli universitari di motocross 1980, tredicesimo classificato ai campionati europei e quinto ai campionati mondiali di enduro del 1981. Uomo fondamentale del progetto Tuareg in casa Aprilia.

Andrea, raccontaci della tua carriera e come tutto ebbe inizio.

“Per me tutto è iniziato con le gare di regolarità, vincendo il campionato cadetti, poi junior e poi passando alla categoria senior, partecipando al campionato Europeo e Italiano e alla sei giorni all’Isola D’Elba, fino ad arrivare al punto di diventare un professionista. Decisi però di abbandonare la regolarità per dedicarmi agli studi dell’università, ebbi un periodo di stop dove nacque l’idea con Sandro di partecipare alla Dakar. Subito al primo anno riuscii, con mille difficoltà a portarla a termine, grazie a questo risultato la mia esperienza si confermò, affermando la mia carriera da pilota come una professione per qualche anno.

La prima partecipazione fu la più bella e la più ricca di emozioni, trovarsi in Africa in posti incredibili, vivendo una vita molto particolare che solo i Rally sapevano darti, in quell’ epoca molto più avventurosa che agonistica. Ebbi grandissime soddisfazioni, credevo di ritirarmi e invece entrai nella storia essendo il primo italiano in moto a finire una Dakar. Gli anni dopo entrò in gioco molto di più la componentistica professionale, guardavamo molto più al risultato.

L’ anno con Aprilia fu molto bello, avevamo un progetto che doveva durare circa 3 anni, tutta la gestione del team partendo con una moto prettamente di serie per poi svilupparla con un motore bicilindrico. Negli anni successivi, purtroppo, decisero di abbandonare il progetto, anche perché quell’ anno io ebbi un infortunio dove capii che nonostante non avessi particolare pressione agonistica, perché alla fine eravamo al lancio e sviluppo di un progetto, ci si poteva fare molto male. Gli anni dopo avremmo dovuto lottare per essere competitivi e quindi i rischi sarebbero aumentati notevolmente, decisi quindi di allentare e di rimanere sano e intero”.

Che puoi dirci invece dell’evoluzione della Dakar, fino a questa 44° edizione?

“Sono sincero non la seguo molto, penso però che rimanga una cosa straordinariamente bella, dove con mezzi molto più performanti e con piloti sempre più esperti, tappe più corte e molto più veloci, si sia spostata molto più verso il concetto di gara che di avventura”.

Cosa puoi dirci invece della nuova Tuareg?

“Io sono molto affezionato al nome Tuareg, non solo per l’esperienza fatta alla Dakar ma anche perché guidai la prima prodotta al Rally di Sardegna, dove vinsi. Mi fa molto piacere che rinasca in una nuova chiave, sicuramente andrò a provarla, sono curioso di vedere questa nuova versione”.

Testi: Iacopo T.

Foto: Archivio

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