Twist, ovvero come la mountain bike mi ha distrutto (anche) la vita, migliorandola in modo sorprendente. Ragazzi, sedetevi sulle ginocchia di papà castoro, che oggi vi racconto come la mtb mi ha cambiato l’esistenza. Non quel ginocchio, l’altro! Che quello ha ancora il livido del mese scorso sui trail di Sestri… Allora, partiamo dalle origini. Chi di voi non ha quell’amico che da ragazzino aveva la foto profilo in un improbabile salto, rigido come un gatto di marmo, con la moto da cross?

Bene, quello ero io.

Tanica di miscela al 2% e polso destro sempre a 90, al bar a raccontare troiate di epici salti in “quarta piena”, mimando quel momento in cui avresti passato Everts. Il cross è bello eh, l’enduro anche, però c’è sempre quello sbatti del furgone, carrello, benza, sempre a litigare con quello che “ieri siete passati nel mio campo” e te ieri eri dal dentista… ma vabbè.

Un giorno sì, mi sono stufato. Avete presente quando vi svegliate tutte le mattine con Megan Fox che vi bacia? Bene, beati voi, io no, però sì, ecco, anche le cose fighe dopo un po’ annoiano, quindi figurati se comportano degli sbatti. Insomma, in questo periodo di noia crossistica, ho avuto una piccola rivelazione green e ho iniziato, per caso, a guardare le biciclette.

Per caso una fava, poi. Perché del green, a un petrolhead come me, frega nada. Il punto è che le bici da downhill di allora erano praticamente dei “duemmezzo” senza il blocco motore nel telaio. Sì, esatto, dei cancelli arroganti e con dei mono da mezzo metro (ma avevano anche dei difetti, ovviamente).

E allora niente, avrei potuto drogarmi come tutti gli altri e spendere molto meno, guadagnandoci in salute, ma io no, io sono sofisticato… Nel giro di qualche giorno faceva già arrogante mostra di sé un bel cancello in mezzo al garage.

Ecco, la figata di andare in MTB piuttosto che in moto la scopri da subito nel fatto che la bici la prendi e la butti in macchina. Cosa che, se la tua macchina non è un furgone per rubare il rame, difficilmente fai con una moto.

Poi, se vai (andavi, perché adesso ci rompete il caxxo anche con le bici…) in MTB, eri un amicone di tutti. Le bici non fanno rumore, non inquinano, vai in Trentino e gli orsi si fermano a guardarti ammirati… Insomma, in linea teorica, non dai fastidio a nessuno. In definitiva, passare dalla moto alla bici è come quando passi dalla passione per i rave al minimalismo buddhista: gli uccellini, levitare in aria, il silenzio, OHM…

Tornando coi piedi a terra, nel concreto, c’è che la bici pesa dieci volte meno della moto e quindi gira dieci volte più rapida e cambia dieci volte più velocemente traiettoria. Non ha il motore, è vero. Ma quando impari a usarla decentemente, quando esci dalle curve senza attaccarti ai freni perché è il mese del pride (ops…), cazzo quando si stende il mono e ti lancia nella troposfera, ecco: libidine, doppia libidine.

La bici ti prende subito bene. È easy, maneggevole, non scalda, non strappa, non stringe e non stressa: “I’m in man, let’s get involved”.

Prima dell’instagramme, prima dei riiilz, comunque non è che non fossimo un pochino poser eh… Se andavi in mtb, doveva saperlo il mondo. Jeans strappati a gennaio, shorts cargo il resto dell’anno. Praticamente avevamo ritirato fuori lo scatolone delle magliette delle medie da accoppiare alle Etnies da skate.

Ah, tra l’altro, adesso ci sono ventordici tipi di pedali. Noi invece avevamo i flat: senza ganci, con quei “piriolini” pins di ferro che spuntavano e dovevano in qualche modo piantarsi nella suola piatta delle scarpe (quindi le Etnies piatte da skate ci cascavano a pennello). Per il resto, si piantavano principalmente solo negli stinchi, cosa che, unita alle braghette corte, permetteva di identificarsi tra riders a distanza e guardarsi tipo “i see you are a man of culture too”… Che tempi.

Veniamo alla macchina. Fino al giorno prima, il culo infilato nei jeans lo dovevi per forza appoggiare su un sedile racing di qualcosa con 16 valvole, l’assetto sportivo e alimentato rigorosamente a benza. Sapete, noi maschietti il problema del righello non l’abbiamo superato mai.

Con l’avvento della MTB il problema del righello si è spostato dalla dimensione del monoblocco alla dimensione del baule. Eh si, perché quando andavi a prendere la macchina ci andavi col metro, giuro, per misurare se col sedile abbassato ci stava in lunghezza e in altezza la “biga” da downhill.

Ho sfottuto mio padre quando ha preso il Caddy VW, “la macchina di paperino”; poi, quando ho visto che faceva i 25 con un litro e ci stavano due bici intere, sai che figata andarci a Livigno invece di usare la Williams? I più arditi hanno osato il mezzo più ambito, il pickup; la promessa delle pubblicità erano quattro bici con la ruota appesa fuori dalla sponda, il campeggio, le goodvibes e un sacco di Biga. Quello che è successo davvero è che al massimo abbiamo dormito nel cassone troppo strafatti per tornare in camera dopo le serate coi riders inglesi.

La MTB mi ha tritato le ossa, ma perché il rider deve avere l’aria di chi “fregauncazzo” e molla i freni. Se hai paura bé, ce l’hanno tutti, baby. Ma hey, se fosse facile si chiamerebbe calcio. Sbam.

Grazie alla MTB ho girato posti veramente strafighi, tipo Chatel. Ma chi c’è mai stato a Chatel? Vedi? Dovete alzarvi dalla sedia del bar e andare in MTB. Mi ricordo che una sera ero a Chatel, appunto, con una compagnia di ragazze svizzere che andavano come dei tuoni (perché ho due grandi passioni, l’altra è la MTB 😊). E niente, mega parcheggio lasciato wild per lasciar accampare i riders che girano al weekend. Insomma, a ‘na certa una compagnia di “boh, norvegesi?” accende un falò, mette due tronchi tipo panchine e si crea una bella serata. Si ride, si dicono un sacco di cazzate, ci si prende per il culo perché “I saw you today hitting like a bomb man, ahaha”. Damn.

Ecco, queste serate nate così, tra mille sconosciuti di mille paesi in una sera davanti a un falò improvvisato a bere birre del discount, sono i ricordi più belli che mi avrò da vecchio. E li devo a quella maledetta, lurida, laida spaccaossa che è stata la MTB. Arrivi a fare il tuo lavoro, tornare a casa dal lunedi al venerdì aspettando la sera, quando carichi la bici, controlli di avere quel paio di ricambi, sacco a pelo, acqua, spazzolino e via, a seguire quella scintilla che assomiglia tanto alla scintilla della candela di una moto ti fa esplodere un mix dentro. “Questo weekend vado in Francia”, “questo weekend vado in Austria”, e la tipa che avevi conosciuto qualche mese prima che va a far colazione post serata all’ora in cui tu stai infilando l’autostrada per andare a far scoccare quella scintilla.

Prima c’erano le 26”, poi le 27.5, poi le 29. Adesso le mullet. Sì, la MTB si è allargata, è diventata meno uno sport di nicchia da setta di adepti, si è forse sporcata un po’ come tutte le cose quando il mercato le vede e le pompa. Un po’ come il surf, che improvvisamente è diventato popolare ed è stato anche mediamente spolpato in una grande caccia alle icone.

Cambieranno le dimensioni delle ruote, ma non quelle delle emozioni. E sì, potranno anche rubarci due spot o due immagini per vendere, ma non ci ruberanno mai la paura che precede l’adrenalina di sgheppare, di chiudere il jump, il senso di lasciar andare e di euforia quando cadi, rotoli, ti alzi e non è successo niente e il tabù del cadere è abbattuto. Non potranno mai toglierci quello che la MTB ci ha portato arrivando come un hobby e diventando qualche volta l’unica ragione per arrivare in fondo a una settimana di merda.

La MTB è strana: è rumore quando vuoi andare in park a girare “go big or go home” ed è silenzio quando ne hai le palle piene di tutto e vuoi farti una giornata a pedalare in salita per poi fare quell’unica, lunga, guadagnata, discesa.

Forse la mountain bike è quell’ amico che c’è quando vuoi fare casino e tornare a casa strafatto, ma anche quando ti è caduta un po’ la catena e vuoi stare lì, in silenzio, senza nessuno che ti chieda cos’hai ogni tre secondi.

E allora brindo. Alla MTB, a un periodo “strano” di dipendenza da questo silenzio rotto solo dal rumore dei mozzi che friniscono come le cicale, ai millemila amici conosciuti in giro, la family della bici che ci portiamo dietro e dentro e addosso assieme alle cicatrici negli stinchi e ai panorami, ai ricordi più belli che di così belli non ne ammucchiavamo neanche a vivere a Ibiza.

No non sto piangendo, mi è solo entrata una 26” nell’occhio”.

Ci si vede in giro, a tuono.