Tuta Adidas grigia con bande fluo, tisana con correzione e ciò che resta dei capelli raccolto in una qualche maniera. Lungo quella sottile linea che divide il trasandato dei secondi vent’anni e l’impresentabile, voglio lasciarmi cullare da questa nuova issue facendo emergere il migliore me stesso. Perché Wheelz è spesso sinonimo di passioni viscerali ed è indubbio che queste ci elevino, soprattutto se vissute con spirito indomito. Ma è altrettanto vero che quando ci si lascia realmente dominare e assorbire da esse, è un attimo perdere il contatto visivo con il gregge ordinato e ritrovarsi on the other side.

Focalizzati su quel che ci rende vivi e vitali, vediamo crearsi una distanza apparentemente non eccessiva ma sostanzialmente incolmabile tra la normalità di chi preferisce farsi scorrere addosso le cose e l’anomala volontà di chi desidera esserne travolto. Esatto… anomalo, strano… Sono questi gli aggettivi che ho abbinato (e mi sono visto abbinare) tante volte a certe mie passioni o al modo piuttosto personale di viverle.

Oggi le persone fanno a gara a definirsi così, un po’ pazzi, fatti alla loro maniera, per cercare di darsi un’identità e una personalità che di norma faticano a riconoscersi. Ma per chi, come me, è “fiorito” tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda Repubblica, le cose non funzionavano proprio così. Non era cool essere strani. Gli sguardi potevano farsi pungenti e l’incomprensione si trasformava velocemente in una sorta di isolamento. Non esistevano di certo piazze digitali dove poter scovare altri simili anche se forse, in fondo, questa storia non ha nemmeno un retrogusto così amaro… Perché questa solitudine, spesso, diveniva una sorta di rifugio sicuro, un luogo in cui perdersi e vivere ardentemente e intimamente queste passioni, senza necessità di condivisione né confronto. Le solite vecchie contraddizioni…

Ma quali erano poi queste strane passioni per il sottoscritto?! Sento al di là dello schermo il brusio delle risatine maliziose, ma vi pongo un immediato freno. Parlo ad esempio… di motori! Già, proprio loro! Perché strana? Semplicemente perché non mi sono mai realmente interessato a quel mondo sotto il profilo tecnico e prestazionale. Non me ne intendevo, come si usava dire. Mai informato sulle nuove uscite, a due o quattro ruote. Mai fanatico di un brand, di un sound. Non c’era nulla che mi esaltasse nelle molteplici derive sportive. I motori erano e sono sempre stati per me solo sinonimo di evasione e libertà, espressa in variegate e colorate forme. Non rappresentavano il sogno, ma il mezzo per agguantarlo saldamente.

Ecco, quindi, che il mio gioco preferito da bambino erano le macchinine. E poi le macchine radiocomandate. Divoravano costosissime pile a torcia manco fossero merendine, ma quanto mi esaltava pilotarle nel piazzale di fronte a casa. Il mio sogno proibito poi era ed è rimasta l’inarrivabile Peg Perego. Forse, in cuor mio, sentivo già all’epoca che l’elettrico sarebbe stato il futuro…

Il particolare legame con i motori era tanto intenso, quanto poco percepibile dall’esterno, rendendomi inevitabilmente un pesce fuor d’acqua. Non avevo appigli per parlarne con gli amici e quindi non ero assimilabile a chi faceva di specifiche tecniche e inebrianti competizioni il pane quotidiano. Rieccomi ai margini, dunque. Ma la sostanza c’era. E ha saputo invadere altri territori, unendosi indelebilmente ad altre passioni: penso ad esempio ai videogiochi. Un intrattenimento considerato oggi di massa, ma un tempo accostato a una nicchia piuttosto bizzarra. Qualsiasi computer o console passati sotto le mie grinfie dalla metà degli anni Ottanta in avanti, hanno saputo dispensarmi ore e ore di divertimento con i più disparati titoli di auto e moto.

Comunque, gli sguardi già severi e giudicanti si facevano affilati come lame solo quando emergeva la vera passione weirdche mi caratterizzava e che ancora oggi impegna felicemente parte del mio tempo libero. Manga e anime… ecco… l’ho detto. Fumetti e cartoni animati (santo cielo) per i meno avvezzi. È vero che quest’ultimi spopolavano a cavallo di quelle due meravigliose decadi, ma attenzione: erano comunque inquadrati come intrattenimento per bambini, perlopiù mal visti dai parents e osteggiati dai media. E, soprattutto, decisamente poco compresi dai coetanei. Avreste dovuto provare a presentarvi a scuola con i manga nello zaino o ammettere che durante il pomeriggio sareste rimasti in casa per guardare la vostra serie preferita. “Strano” sarebbe stata la cosa migliore che avreste potuto sentirvi dire e vi sareste rifugiati, alla fine, in una playlist come questa…

Il punto è che nessuna etichetta o vessazione avrebbe potuto scalfire l’indistruttibile barriera che avevo eretto a protezione di quel magico mondo fatto di storie comiche, amori adolescenziali, drammi famigliari, robottoni, botte da orbi e… motori! Proprio loro, anche qui. I giapponesi, nella loro inesauribile propulsione narrativa, hanno sempre inserito ciò che gli era più caro ed ecco che, tra realtà e fantasia, auto e moto sono divenuti autentici protagonisti di numerose serie, contribuendo a creare ed esaltare la mia già radicata passione.

Storie underground, di formazione, di accese competizioni (legali e non)… Un universo che oggi può essere facilmente riscoperto e riqualificato senza rischiare di compromettere la vostra integrità sociale. Oggi, anime e manga stanno vivendo la loro definitiva emancipazione, divenendo intrattenimento di massa ampiamente riconosciuto e apprezzato. E allora, ho deciso di accompagnarvi in un efficace – seppur non esaustivo – viaggio fra alcuni titoli vecchi e nuovi a due o quattro ruote, seminali per chi come me fa dei motori la propria passione weird. La vostra coolness è al sicuro, ve lo prometto…

il capostipite

Mach GoGoGo (Superauto Mach 5)

Chiamatelo con il suo titolo originale o con il titolo inglese Speed Racer. Per me era e rimarrà sempre Go go go Mach 5 in onore del travolgente ritornello della sigla firmata dagli indimenticabili Cavalieri del Re. Uno straordinario capostipite nelle serie automobilistiche, che nonostante la veneranda età (è un’opera del 1967) merita ancora di essere vista e tributata. Circuiti ai limiti del possibile (e forse oltre), piloti carismatici e l’eterna lotta tra bene e male, tra gare truccate e sabotaggi. Nel 2008 uscì anche un film, ma lasciatelo pure dov’è. L’auto, invece, è entrata di diritto nell’immaginario collettivo, tanto da spingere il famoso Gotham Garage (avete presente la serie Car Masters di Netflix? Ecco, loro…) ad annunciarne una riproduzione qualche anno fa. Non si sa quante ne siano realmente uscite e le notizie a riguardo scarseggiano. Si sa solo che è costruita sulla base di una Chevrolet C4 Corvette e il video di presentazione del progetto potrebbe farvi sbavare come una lumaca. Per vederne una fatevi un giro al meraviglioso (anche se un po’ fuori mano) Petersen Automotive Museum di Los Angeles.

ispirato alla Formula 1

F - Motori in pista

Un’opera apparentemente minore della seconda metà degli anni Ottanta, riscoperta e rilanciata in Italia a inizi 2000 quando il manga fu pubblicato per la prima volta dall’editore Star Comics. Ventotto volumi da provare a recuperare su eBay o in fumetteria, in cui si viene proiettati nella vita di Gunma Akagi, ragazzo di campagna sbruffone, ma con un innegabile talento al volante. F – Motori in pista è una storia di formazione che strizza l’occhio al mondo della Formula 1, egregiamente sviluppata da quel Noboru Rokuda il cui nome non dirà nulla finché non cito la sua opera più conosciuta in Italia, ovvero il demenziale Dash Kappei, conosciuto più comunemente come Gigi la trottola. Nel 1991 l’anime composto da 31 episodi fu portato in Italia sulle TV locali e poi su VHS e DVD nella prima decade dei Duemila.

drifting e gomma bruciata

Initial D

Non stimolerà le sinapsi della nostalgia come le due serie precedenti, ma Initial D è l’opera di riferimento per gli appassionati di motori. La serie, iniziata nel 1995 e terminata quasi vent’anni dopo, racconta le avventure di un diciottenne che prende consapevolezza delle sue geniali capacità di guida aiutando il padre nelle consegne di tofu lungo le tortuose strade della prefettura di Gunma, dove la serie è ambientata. Tornanti di montagna che il protagonista affronta a colpi di drift a bordo dell’iconica Toyota Sprinter Trueno AE86 di famiglia, un’auto divenuta realmente un cult in quella disciplina e per tutti gli appassionati. Tra evoluzioni, amicizia, competizioni barely legal e profumo di pneumatici bruciati, la storia sciorina altre auto leggendarie come la Mazda RX-7, la Subaru Impreza e la Mitsubishi Lancer Evolution. Frutto della mente di Shuichi Shigeno, l’opera vide il contributo tecnico fondamentale del “re del drift” Keiichi Tsuchiya. L’edizione italiana del manga, inedita sorprendentemente fino al 2023, è attualmente pubblicata da J-POP (QUI le info). La serie animata invece è recuperabile interamente solo in lingua originale. Vi potete però rifare con uno spin-off uscito proprio l’anno scorso e intitolato MF Ghost, ambientato ai giorni nostri e visibile sulla piattaforma streaming Crunchyroll (QUI il link).

racing su due ruote

Kirin

Il corrispettivo di Initial D, ma incentrato sul mondo delle moto. Kirin è un’opera del 1987, inedita da queste parti, ma decisamente nota in patria, tanto da essere stata pubblicata sulla storica rivista di moto Mr Bike BG. Harumoto Shōhei, l’autore, lustra gli occhi dei lettori con linee graffianti e un incredibile dovizia di particolari. È così commovente ritrovare modelli mitici di quegli anni battagliare in corse clandestine politicamente poco corrette. Basta dare un occhio alla Suzuki GSX1100S “Katana” che appare nel primo volume per sentire il cuore battere forte. Peccato solo che leggerlo oggi non sia facile, ma il lato oscuro di internet potrà in qualche modo aiutarvi…

romantic urban mobility

Super Cub

Abbandoniamo ogni velleità adrenalinica, niente corse ne competizioni, nessun rivale. Super Cub, serie del 2017, ci trasporta nel mondo delle piccole cose di una liceale piuttosto solitaria, che per rendere meno faticoso il tragitto casa-scuola trova un’occasione e acquista un Honda Super Cub. Un mezzo ben presente nell’immaginario giapponese come veicolo tuttofare dalla straordinaria versatilità. Le si aprirà un mondo meraviglioso di amicizie, piccole gite e scoperte capaci di sintetizzare il perché le due ruote sanno rendere magico anche un normale tragitto di pochi chilometri. La serie è riuscita persino ad influire positivamente sulle vendite del mezzo in Giappone, soprattutto dopo la realizzazione dell’anime nel 2021. Ideale per spiriti un po’ più sensibili e raffinati, godetevela su Crunchyroll (QUI il link).

il più filosofico

Kino no Tabi - I Viaggi di Kino

Chiudo la rassegna con Kino no Tabi, un’opera del 2003, sicuramente la più weird e atipica di questa rassegna, non a caso quella in cui trovo spunti e significati più angosciosi e profondi. Un viaggio (o meglio, una serie di viaggi) carichi di filosofia, etica e simbolismi, in cui la protagonista Kino (fluida ben prima dei tempi) visita Paesi immaginari con l’unico scopo di esplorare, osservare e conoscere realtà differenti. Lo fa interagendo o semplicemente costatando le conflittuali e spesso brutali realtà che si trova a scoprire. Lo fa – ovviamente – in sella ad una motocicletta, Hermes, ispirata piuttosto chiaramente alla Brough Superior SS100 nella sua declinazione Alpine Grand Sport. Un gioiello dal fascino incontrastato dei gloriosi Anni 20 (del Novecento). La moto parla e si esprime (come in realtà fa con tutti noi) creando un simbiotico rapporto dove il carattere pacato, arguto e vagamente distaccato della protagonista si confronta e si scontra con il cinismo critico e realista del mezzo. Una delizia che dipinge metafore, riflessioni spesso amare e filosofia di vita attraverso il binomio viaggio-motocicletta. Il remake del 2021 (visibile su Crunchyroll) è un po’ edulcorato. Meglio l’originale, da scovare nei meandri dei fansub che ne hanno curato amatoriali edizioni sottotitolate in italiano.