Ahh… la primavera. Gli uccellini cinguettano, i fiorellini fioriscono, gli alberelli alberellano e i mountainbiker si riempiono di lividi. Eh sì, perché l’acqua di maggio, dicono, scanta. E a noi nati con i pedali al posto del cervello, forse ci dovevano affogare da piccoli nell’acqua di maggio.

Dopo l’inverno a cercare di capire quale sarà il formato ruota che dovrai usare quest’anno, se andrà il look total black (ovvio) o tuttacchittat’… di punto in bianco puff, una mattina la temperatura si alza di qualche grado e l’instagramme si riempie di video di raidate al limite dell’illegalità. E guarda un po’, a noi viene un arraglio disumano di saltare, shreddare, whippare e, sostanzialmente, sbattere il muso per terra.

Così, anche tu una mattina ti svegli, ci sono quei 3 gradi in più e pfff, guardi con sdegno lo snow che fino a ieri ti ha scarrozzato per tutti i freeride delle Alpi e Dolomiti e, come quando arriva luglio e le coppiette scoppiettano con una pausa riflessiva (prima di ritrovarsi saggiamente per l’inverno per guardare Netflix insieme o tirare 2 linee in pow…), riparte il chiodo fisso della MTB.

Nell’ultima puntata qui su Wheelz, che se vi siete persi eccolaquaaa, avevamo iniziato a introdurre due o tre termini spicci spicci di slang della MTB, dei diametri delle ruote, del fatto che i rider bevono un sacco di birra e puzzano eccetera eccetera. Ma senza spoilerare troppo: ci siamo fermati lì un po’ perché too much info confondono, un po’ perché mica vi si può spoilerare tutto subito eh? Dai…

Allora, se proprio non usate l’instagramme solo per guardare le/gli zozzi (bugia…), sicuramente stanno iniziando a spuntare anche a voi video di gente in MTB con il casco da motocross che si butta giù da robe impossibili che praticamente le fa solo vostro cuggggino con l’imbrago da ferrata. Ecco, precisamente: quello lì è il downhill.

E siccome mi attizza più delle zozze, e siccome con la speed issue ci va a nozze, oggi vi parlo un pochino di quello, giusto giusto per farvi venire l’arraglio e un paio di lividi solo così, per la voglia di provare.

 

Downhill, ovvero DH. Ma che cos’è?

Ecco, si tratta di una disciplina estrema della MTB (montainbaicc) che praticamente prevede di farsi scarrozzare in cima alla montagna dalla funivia, mettersi il casco e scendere senza dare mezza pedalata. Figo, no?

Come si fa? Bè, si compra una bella biga (biga ho detto, biga!) che è come si chiama nello slang la bici da DH. Si prende un bel casco, completino, scarpine, una qualche sporadica protezione. Si prende un bikepass (si esatto, è come lo skipass, ma per le bike e non per gli ski, geniale eh?) e via.

Oppure, si può noleggiare il tutto per provare e rimanerci dentro in fissa, un po’ come quando uscivi da scuola e non dovevi parlare con gli sconosciuti perché poi ti regalavano le caramelle con dentro la dddroga (che poi nono ho mai capito cosa ci avrebbero guadagnato, ma boh, Anni 90, vallo a sapere).

 

Com’è fatta la bici da DH?

Allora, ormai ci sono mille tipologie di MTB; praticamente due cm in più di escursione delle sospensioni fanno cambiare tipologia. Parliamo sempre di full, ovvero bici con ammortizzatore anteriore e posteriore: c’è la crosscountry da pedalatore (leggi: tutina), la trail, l’enduro, la superenduro e la DH.

La DH è quella lunga e aperta come un’amaca, con le forcelle a doppia piastra (ovvero con una piastra che unisce gli steli sia sotto che sopra al canotto di sterzo, come una moto, per capirci), delle geometrie impedalabili e un rapporto di trasmissione che ti farebbe bestemmiare a pedalarci dal parcheggio della seggiovia alla macchina. Impensabile andarci in salita.

Esatto, praticamente è una bicicletta che se non la metti in discesa, non serve a una beata mazza. E allora a cosa serve? Serve ad andare forte, serve a cercare la velocità. L’escursione delle sospensioni, l’apertura degli angoli delle geometrie, la rapportatura del cambio utile solo a pedalare in discesa per aumentare la velocità e l’impostazione… tutto è concepito per essere stabili e andare forte.

Non c’è da saltare e far le giravolte, da fare i balletti come se avessi l’ape nei boxer come quelli del freestyle o fossi a un saggio di danza. Bisogna “solo” mollare quei c@zz0 di freni, star attaccati al manubrio e cercare la traiettoria migliore per uscire dalle curve forte, “sbam, sbam, sbam”. È chiaro?

Ecco, se si guarda da lontano un malato di DH che parla (ovviamente di DH, perché è una malattia totalizzante e il malato non parla d’altro) praticamente con una cadenza media di 5 volte al secondo lo si vedrà fare un verso con la mano tipo “tagliare le fette del salame” e ripetere “sbam, sbam, sbam”. Nella sua testa, è il carro dietro (del telaio) che mangia gli ostacoli. Nella realtà sono le botte in testa.

 

Si ok, ma come si fa?

Allora, fondamentalmente l’unico modo per andare forte è fidarsi di quel cavallo da corsa che si ha sotto al culo (sotto, ho detto: guai a sedersi, se non si vuole andare a cantare nel coro delle voci bianche) e starci attaccati, cercando la traiettoria ottimale per perdere meno velocità possibile entrando in curva, per uscire il più a cannone possibile.

La biga non ha il motore, non puoi tirare una mega staccata e poi spalancare il gas per uscire forte; se tiri una mega staccata, esci dalla curva che hai ammazzato la velocità (suono di sottofondo fail “qua, quaa, quaaaa”). La traiettoria ottimale, perché la vita del rider, analogamente alla vita del fuciliere, è come la scala del pollaio (corta, ripida e piena di m… – ndr) 99 volte su 100 è quella che prevede passare su radici, sassi, drop (se non vi ricordate cos’è il drop io vado a scrivere per viver sani e belli, sappiatelo). Ma la biga è veramente fatta per mangiarsi tutto questo e sputarlo sotto forma di fiamme, don’t worry.

 

Due dritte per sopravvivere? Eccole.

Sei attaccato alla bici con le mani e con i piedi. Se sei un potenziale fenomeno, stringi anche il sellino ogni tanto con le cosce per dare dei “tironi” nervosi alla bici in curva, ma qua siamo a livello booomba. Guanti, comodi e della giusta misura, e manopole idem. Ce ne sono di diverso diametro (28, 30, 32…) e diverso materiale. Trovare quella giusta è un po’ come trovare la zozz… ehm cioè, il sacro Graal. Try, try, try.

I piedi sono appoggiati sui pedali (ma va..?) e qua ci sono due grandi famiglie: pedali con gli agganci o senza, flat. Partiamo dai flat: sono i più semplici. La tenuta del piede è assicurata dalla suola della scarpa e dal grip del pedale, realizzato con dei “pin” – o grani – che spuntano di qualche millimetro e si ficcano nella suola piatta e gommosa delle scarpe (o negli stinchi, negli stichi si ficcano che è una meraviglia, quando cadi).

Una cosa però me la dovete spiegare voi: Noi abbiamo iniziato a fare MTB che non avevamo un euro in tre, figurarsi se avevamo le “five ten” da figaccioni. Però abbiamo capito abbastanza alla svelta che le scarpe da skate con la suola piatta potevano dare una superficie di contatto non male… Ora mi chiedo: perché, quando andate in montagna a fare MTB vi mettete gli scarponi da trekking che hanno la suola tacchettata di una ruspa? Perché? Mah.

Passiamo all’altra grande famiglia, ovvero quelli che usano scarpe e pedali a sgancio: praticamente come le tutine per strada, ma molto più maschi. Orbene, può sembrare una bestemmia l’idea di agganciarsi a una MTB imbizzarrita che scalcia e cerca di cappottarsi su una pista in discesa. Eppure, vi assicuro che non è così.

Andare forte in DH è come avere 36 anni nel 2024, essere un biondino poco lucido e provare a stare attaccato alla vita tra lavoro, amici, socialità eccetera. Ecco, se almeno i piedi stanno agganciati, stanno lì e non ci devi pensare. Secondo me non è malaccio, così ti concentri sullo stare attaccato al manubrio (e su pagare le bollette, che anche ‘sto mese mi son scordato).

Sì, lo so, adesso un po’ vi è salito l’arraglio di provare e vi state chiedendo dove si può andare. Cioè ehm ecco, c’è un mio amico che vorrebbe provare, chiedo per un amico eccetera eccetera…

 

Dove si va a fare DH?

Allora, facciamo una doverosa premessa: se parlate con un talebano del DH vi dirà che il Downhill è morto.

Le bici da enduro effettivamente il DH l’hanno abbastanza mandato in coma eh. Uno prende una bici che alla fin fine si può pedalare per fare un giro e si può usare anche in bikepark. E allora di una biga da DH cosa te ne fai? Sulla base di questo trend del mercato e dell’utenza, taaante piste da DH sono state addolcite un po’ per andare incontro a quella che è la richiesta della maggioranza: tracciati più flow, linee meno old school e la ristampa di qualche numero di Cioè con i poster dei Backstreet Boys.

Detto ciò, qualcosa di veramente incazzato è rimasto. Parlo della World cup del Mottolino Fun Mountain a Livigno, della World cup del Bikepark Pila Bikeland di Pila, Apocalypse Now nel Dolomiti Paganella Bike o la Black Snake al Bike Park Val di Sole… Sono tutti tracciati veramente tecnici e cattivi. Se vi parte l’embolo di provarli e ci arrivate in fondo, potete tranquillamente leggervi una copia di Playboy mentre vi fate la barba con il coltello da caccia. Diciamo che, in generale, se andate in un Park e c’è una traccia che nel nome ha “World cup”, probabilmente ci ha corso su gente che si scaldava i toast con la dinamite: fateci un giro.

Si ma io voglio provare senza avere un’esperienza pre-mortem, magari” . Ok, si può fare. Stra-consigliati Paganella o Mottolino. Noleggio superfigo e ben fornito e tracciati di tutti i tipi: dal “flow” se stamattina non ne hai granché, al “nero incazzato” se proprio vuoi sniffare la polvere da sparo.

 

Come si fa per imparare?

Bisogna sbattersi come i cani, cadere, riprovare, sudare, ricadere, vivere con la bici in macchina e convivere con la puzza di scarpe da MTB. Bisogna arrivare a casa con la fissa e non vedere l’ora di ricacciare quella ruota davanti sulla seggiovia per farsi sganciare ancora e ancora e ancora giù per i tracciati finché non ti vengono dei calli alle mani che ci potresti piallare il tronco di una quercia.

Quando volevo imparare bene, giravo finché non mi facevano così male le dita da muoverle in modo rallentato e non riuscire a usare i freni. Arrivavo a casa strafatto e galvanizzato solo all’idea che era sabato e domani domenica, e quindi si girava ancora. Poi, alla sera, io e il mio socio ci facevamo una pastasciutta wurstel, acciughe, speck e tuttoquellochec’èinfrigo guardando i video “Why we love downhill” su YouTube.

Questo è il downhill. Questo e quel rompipalle di Ezio che ti urla dalla seggiovia “io ti taglio quelle cazzo di dita poi vedi come vai forte!”. Perché non vai mai abbastanza forte. Perché quando cadi e rotoli e poi ti alzi e hai “rotto” quel tabù che ti fa avere paura di cadere, hai ancora più voglia di andare forte.

A me, mettendo giù queste due righe per spiegare il DH, è venuto un arraglio che se non fossero le 2.32 AM butterei la MTB in macchina e andrei a raidare. Questo è il downhill.

 

Ci vediamo in giro, forte.