“And I remember how we’d play, simply waste the day away.
Our house, in the middle of our street”
(Madness – Our House, 1982)
La strada è la casa di tutti, per tutti.
La strada è, anche e soprattutto, ecosistema della meccanica e della velocità. È sulla strada che si misura il desiderio e si annusa l’aria del futuro prossimo venturo, incellofanata nello standard Euro 5+ e nelle emissioni zero.
Eicma e Motor Bike Expo sono stati sia il termometro invernale della temperatura del mercato (è quella di un organismo tutto sommato sano, si vede che fa moto), sia la camera dell’eco delle parole “e adesso?”. E adesso i giovani torneranno a prendersi la patente A prima dell’età del mutuo a tasso fisso? E adesso quali moto guideranno, e guideremo?
La RISPOSTA non esiste, però gli indizi non mancano. E, per una volta, non vanno cercati solo su Tik Tok. Con un po’ di attenzione, la strada racconta come in città, scooter a parte, la meglio gioventù si faccia vedere in giro sempre più spesso con i manubri sportivi e le supermoto, che permettono di affrontare il traffico con la sicurezza e l’agilità della ruota da 17″. Mentre in provincia ci si risolve davanti a scuola e al bar con l’enduro – e se dietro c’è posto anche per una ragazzina, meglio ancora.

La strada è maestra di vita.
Detto questo, scordatevi l’escalation delle patenti all’età di 14, 16 e 18 anni. Non tornerà. Per quelli che non ereditano la tara genitoriale, la soglia di approccio alla motocicletta è più prossima alla trentina, che non ai vent’anni. Per tutta una serie di questioni (Wheelz ha detto la sua QUI) che non esulano dall’instabilità lavorativa ed esistenziale.
Come ho sentito dire a Verona davanti a una moto indiana, “oh, con questa qui bastano settemila euro e vai“. Di soldi ne girano pochi a quell’età, manca money baby, ma mi sento di individuare una chiave di lettura nel desiderio di uscire. Fuori, sulla strada.
L’isolamento da lockdown e la solitudine digitale stanno lasciando il segno su una generazione che guarda al passato analogico, nel ricercare riferimenti sociali ed emozioni tangibili, da vivere in prima persona. Verrà il momento in cui l’esplorare gli spazi aperti senza la fobia di esporsi fisicamente alla vita comincerà a intaccare l’auto-confinamento dei nostri hikikomori, stufi di frequentare sempre e solo gli acari delle loro camerette e di teletrasportarsi sul 5G.

La strada è sorgente di stile, eterna passerella.
Il passaggio dal display alla visiera di un casco si gioca necessariamente anche sul mercato dell’usato, che in Italia aumenta sensibilmente di anno in anno. C’è tutto un giacimento di naked giapponesi come i manga e italiane vendute ai tempi delle vacche grasse, che può essere recuperato e ricontestualizzato in una nuova subcultura street senza svenarsi.
Molte di queste stanno diventando storiche con relativi benefici economici, sempre che la dilagante follia del collezionismo youngtimer – già non se ne può più – non le renda in partenza un coitus interruptus da neo-vecchi cringe.
In sostanza, se davvero sta per arrivare un’onda di nuovi motociclisti, probabilmente lo farà in sella a una Hornet prima serie, o un Monster 600. Sempre che non ci si metta di mezzo il solito sindaco ZTL ed Euro-niente.

La strada dà, la strada toglie.
Anche per un marketer è difficile predire con esattezza quando si estingueranno i dinosauri con la tassellata da 21″. Più che un trend, quella dell’on/offroad è ormai un’era geologica, visto che dura da un decennio buono. Roba da scienziati evoluzionisti, insomma.
Come i SUV per le auto, si vedono e si vendono più moto da strada bianca che da lungomare, anche perché la versatilità ne amplia i confini di utilizzo anche all’autostrada. I nomi sono noti: Benelli TRK 702, Honda XL Transalp 750 e Africa Twin, Yamaha Tracer 9.
L’intelligente trasformismo con cui la BMW GS si adatta alle esigenze del mercato, anzi la sua capacità di anticiparlo e di alimentarlo, lascia pensare che il proverbiale meteorite abbia ancora parecchia strada da fare. Ciò non toglie che, per capire cosa succederà più avanti, la prospettiva migliore sia quella dell’asfalto.

La strada è punto di partenza, luogo di ritorno.
Molti fra i nuovi motociclisti scelgono le modern-classic-new-heritage. Non è difficile capire perché, l’abbiamo già considerato: costano relativamente poco, si guidano facilmente, non impegnano sotto il profilo delle prestazioni. Esprimono la nostalgia di un passato pre-Internet. Sono il rassicurante biglietto d’ingresso in pelle nera per un mondo aspirazionale che, visto da fuori, ispira ancora un misto di fascino, timore reverenziale e senso del pericolo per nulla scontato.
Se però dovessi buttare una fiche sul tavolo verde della roulette, scommetterei 35 volte la posta sulla casella della sportività. Le Aprilia RS 660, la Yamaha XSR 900 GP (significativamente denominata “Sport Heritage”) e la Triumph Daytona 660 anticipano i tempi nuovi di una sportività postmoderna e meno esasperata. Narcotizzata dai limiti di velocità e da un Codice della strada repressivo e terrorista.
Hai solo una strada da percorrere, la tua.
Si sceglie una sportiva più per atteggiamento, che per le prestazioni estreme: gli ultramilloni da duecento cavalli ormai li sfrutti solo in pista. La generazione a zero sbatta, quella che ha eletto The Chill Guy a propria icona, non sente il bisogno di comportarsi come i sopravvissuti delle precedenti.
Quelli che si crocifiggevano a ergonomie proibitive e arrivavano in cima al passo pallidi e tremanti. Le endorfine viaggiano a velocità diverse. E bruciano ancora benzina: difficilmente le batterie si spingeranno oltre le circonvallazioni per tutti gli anni Venti. Ma vai a sapere: c’è sempre l’imponderabile fattore influencer da considerare.







