Da sempre l’autunno è la mia stagione preferita. 

Sarà che è fatta di contrasti, che ho sempre amato la bellezza della malinconia. Sarà che è il tempo del crepuscolo, quando i colori caldi si fondono con l’aria fredda. Sarà quel che sarà, ma amo l’autunno.

Oltre a tornare a mettermi la mia amata giacca di pelle, è il periodo dell’anno in cui ascolto certi album e certi gruppi che sembrano essere nati apposta per accompagnarmi in queste giornate che iniziano ad accorciarsi e, nel 2024, c’è una band che non solo ci regala una discografia passata perfetta per questi mesi, ma che dopo un tempo lunghissimo ha deciso di tornare con un nuovo disco, forse due, forse addirittura tre.

Ladies and Gentleman: I Cure! 

Nel paesaggio ottobrino la musica dei Cure sembra trovare la sua naturale dimora. Provate ad immaginare un tardo pomeriggio, una tazza di caffè lungo in mano, la tipica odiosa pioggerella che batte sui vetri delle finestre di casa e che si mescola alla melodia di ….che ne so… Picture of you.

“Remembering you standing quiet in the rain 
As I ran to your heart to be near 
And we kissed as the sky fell in, holding you close 
How I always held close in your fear”

I Cure sono il cappotto perfetto da indossare in questi giorni, la colonna sonora che meglio si sposa con le sfumature dell’ agrodolce nostalgia. Ascoltare i Cure in autunno è come immergersi in una passeggiata solitaria tra alberi che si spogliano, lasciandosi trasportare dalla melodia delle foglie che crepitano sotto i piedi. 

Roberth Smith & co. sono da sempre maestri nel creare un sound che tocca corde profonde, facendoci viaggiare tra tristezza, solitudine con punte di euforia e il romanticismo, hanno la capacità di raccontare l’interiorità come pochi.

Avete in mente A Forest? Disintegration? Lullaby? Non possiamo parlarne come dei semplici brani musicali, ma delle vere e proprie store, delle favole inquiete che esplorano le ombre che ognuno di noi nasconde e diventano una sorta di rifugio per chi cerca nella musica un’esperienza autentica e profonda. 

Facciamo un po’ di storia 

I Cure nascono nel 1976 a Crawley, una cittadina nel sud dell’Inghilterra. Un giovane Robert Smith di appena 18 anni ne diventerà il frontman e il simbolo. Il primo nome scelto fu Obelisk, poi Easy Cure, ma presto la band cambia nome e pubblica il primo singolo Killing an Arab nel 1978, ispirato al romanzo Lo straniero di Albert Camus. 

Boys don’t Cry viene pubblicato nel 1979 e sarà il loro vero e proprio biglietto da visita. 

Il loro sound inizia a tirar fuori il loro modo malinconico e oscuro, arriverà il mitico Simon Gallup, il cui rapporto di odio e amore con Robert darà vita alle loro composizioni più celebri e ad un album incredibile come Pornography.

Ma sarà con l’uscita di Disintegration che toccheranno l’apice artistico, creando un opera magistrale, dove ogni canzone è una pagina di un diario segreto, scritto con l’inchiostro della saudade. È un album che scorre lento, come la pioggia sul vetro di cui vi dicevo prima, un disco che ti avvolge in un abbraccio fatto di riverberi di chitarre, tastiere eteree e la voce di Robert Smith che sussurra di perdite, desideri e ricordi svaniti. 

Negli Anni 90 arrivano altri lavori importanti che consolidano lo status della band, esce un discone come Wish, che ha come traccia numero 7 Friday I’m in Love. Arriveranno diversi cambi di formazione ma rimane sempre il gigantesco Robert Smith come punto fermo. 

Nel nuovo millennio, i Cure non mollano, continuano a scrivere e a regalare live strepitosi e, per la cronaca, dato che siamo in periodo di inductions, nel 2019 la band è stata inserita nella Rock and Roll Hall of Fame. 

The Cure @ Rock and Roll Hall of Fame induction ceremony (photo: @rockhall)

“Non mi interessava diventare famoso: volevo solo fare la migliore musica che fosse mai stata creata”

Ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sull’immagine della band, sulla figura iconica che Smith è riuscito a creare. Solo un piccolo aneddoto, una curiosità: sul finale degli Anni 70 i Cure suonarono in apertura a Siouxie and the Banshees, che letteralmente stravolsero non solo la concezione musicale di Robert Smith, ma anche quella estetica. Prima dei primi tour con Siouxie (nel Join Hands Tour) il nostro Robert aveva idea di diventare una specie di “Beatles in versione punk”, o come i Buzzcocks, ma dopo le date con Siouxie Smith disse: “Suonare con i Banshees ha cambiato del tutto il mio atteggiamento rispetto a ciò che volevo fare”. Guardare una foto di Siouxie per credere! E aggiungo: che figata sapere che un artista donna abbia ispirato cosi tanto una icona del rock come Smith. 

Ma torniamo a noi. Siamo nel 2024 e dopo un attesa di 16 anni ecco che i Cure ci regalano nuova, malinconicissima, musica. Il solo titolo del disco ci fa intuire l’atmosfera: Songs from a Lost world, un’insanabile nostalgia per un mondo che non esiste più. Il disco verrà pubblicato il 1° novembre, nel frattempo però un paio di singoli sono già stati buttati fuori e, a dir la verità, parte dell’album è stato anche fatto sentire live durante gli ultimi concerti. La coerenza artistica della band si sente tutta e se è possibile, possiamo dire che Robert Smith (che ha scritto di suo pugno praticamente la totalità delle canzoni) è più dark e sottone che mai. Chi lo ha già ascoltato interamente, parla di un album stellare:

«La nostra musica ha sempre avuto questa componente di “paura della mortalità”. Io ci faccio i conti più o meno da quando avevo otto anni. Quando si invecchia, però, la paura diventa meno “romantica” e più reale: i tuoi parenti più stretti e i tuoi amici cominciano ad andarsene. Ho cercato di capire come mettere questa sensazione nelle canzoni, perché sento di essere una persona diversa da quella che ero quando abbiamo fatto l’ultimo album e volevo che questo venisse fuori».

Mia personalissima opinione. Ho ascoltato e già passato in radio parecchie volte il singolo ALONE e la frase “This is the end of every song we sing alone” vale tutta l’attesa per questa nuova uscita discografica che, come vi dicevo all’inizio, forse non sarà l’unica. 

Dopo 16 anni di silenzio, dopo un insieme di eventi personali nella vita di Smith anche piuttosto drammatici, la morte dei genitori, del fratello, la vita che passa e che ci trasforma, la musica deve essere stata la chiave di volta per affrontare il tutto e quindi ecco che nel cassetto i Cure si ritrovano canzoni pronte per altri due album che potrebbero uscire da qui a 2 anni. Sberebem.

Insomma, i Cure sono il “must have” musicale per questo mese, sono il cult che non può mancare nella nostra discografia, sono la colonna sonora perfetta per questo periodo dell’anno di transizione, in cui rallentiamo, ci prepariamo al freddo dell’inverno e forse ci concediamo qualche momento in più di riflessione e introspezione,  contemplando la bellezza della caducità e del cambiamento…e chi meglio dei Cure come compagni di viaggio? 

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