Ho sentito parlare per la prima volta del Brutal Black Project una manciata di anni fa. Poteva essere il 2019, credo. Lo nominò una persona che, raccontandomi dei suoi tatuaggi, mi disse “questo blackout me lo ha fatto Valerio Cancellier. Sai chi è?”. E no, non lo sapevo ancora, ma ne ebbi un piccolo assaggio nei dieci minuti a seguire.
Tornata a casa, internet alla mano, ho fatto quattro ricerche che mi han dato una panoramica più dettagliata, ma non soddisfacente, di cosa fosse. C’è il nero, tanto e profondo, c’è il dolore nelle espressioni di chi si tatua, c’è il sangue che scorre come nei film di Quentin Tarantino. C’è chi parla di rituale, chi si chiede se sia più simile a una tortura. C’è tanto baccano, ma io alla fine ho un sacco di domande in testa alle quali non ho trovato risposta nel web. E queste risposte poteva darmele solo Valerio.
Così, 5 anni dopo, l’ho incontrato. Se vi state chiedendo perché ho aspettato così tanto, la risposta è semplice: c’è un tempo per tutto, soprattutto quando le cose le vuoi capire, non solo conoscere.
Quindi eccomi, al Black Room Tattoo & Piercing di Pavia, davanti a Valerio Cancellier. Anzi, per meglio dirla, davanti a “Il Brutal Black Project di Valerio Cancellier”. Che, spoiler alert, non è il Tristo Mietitore o il Reverendo delle torture.
Cosa sapevo (o sapevamo) fino ad ora: il Brutal Black è un rito di passaggio, un’ esperienza fatta di lunghe sessioni a colpi di nero e dove il dolore è il cardine.
Cosa saprete giunti al termine di questo articolo: il Brutal Black Project è la riaccensione di una lampadina, è una filosofia, uno stile, è personalità, è un insieme di concetti che si sviluppano sull’evoluzione della storia del tatuaggio fino ai giorni nostri. Anzi, all’evoluzione del tatuaggio e basta.
Chapter One: il fuoco
Inizierò con l’ultima delle domande che ho fatto a Valerio, ma che a mio parere merita di stare in apertura di questo articolo: Tu senti di aver scritto una nuova pagina della storia del tatuaggio?
“Non è una nuova storia. Credo che questo tipo di storia sia già stata scritta. Poi si è spenta. E credo che si possa riaccendere, anzi mi auguro che si possa riaccendere, ma non solo con il mio progetto. Il fuoco c’è. Sarebbe bello vedere persone che prendono spunto da questo fuoco e creino un loro fuoco nuovo. Non voglio dei cloni, non voglio persone che scopiazzano, desidero vedere delle personalità nuove nel mondo del tatuaggio, che abbiano rispetto per la storia e per le radici. Questo sì, è un mio desiderio”.
Chapter Two: Omnia mutantur, nihil interit
Tutto muta, tutto si trasforma, nulla perisce.
Tra le scintille che han dato vita al BBP (Brutal Black Project), c’è di certo in mezzo il concetto evolutivo.
Valerio mi parla di cambiamenti che da anni vedono protagonista lui e chi, come lui, fa parte della “vecchia guardia”, delle differenze tra tatuatore (o piercer) e “operatore”, del cambiamento e della crescente tendenza ad avere sempre più persone che eseguono piercing o tatuaggi e sempre meno tatuatori. Un discorso che riecheggia nelle mie orecchie, un tema piuttosto caldo di cui sento spesso parlare.

“Quando ho iniziato il mio percorso nella body art era il 2000, la prerogativa era l’esperienza e non solo l’estetica. Nell’ultimo decennio le cose sono cambiate: la percentuale di tatuatori è sempre più diminuita e gli operatori sono in nettissima maggioranza, la parte dell’esperienza è stata cancellata per poter commercializzare al meglio il prodotto, credo ancora fermamente che il tatuaggio ed il piercing vadano vissuti in prima persona e l’esperienza sia alla base della body art”.
Chapter Three: l’industrializzazione
Da “simbolo per pochi” ad “accessorio per tutti”, che il tatuaggio negli ultimi anni abbia avuto un fortissimo slancio nel divenire nazional-popolare è del tutto innegabile.
Lo dicono i numeri (l’Italia figura al primo posto tra le nazioni con il numero più elevato di persone tatuate, con il 48% della popolazione adulta) lo dicono i media, lo dicono i corpi semi nudi in spiaggia. È diventata un’industria vera e propria, dove l’accessibilità è avanzata a scapito di una comprensione di quello che, in fin dei conti, è un atto primitivo.
“Si è creata l’industria, quando invece fino a poco tempo fa era quasi tutto artigianale, creato da personaggi, tatuatori e piercer che vivevano in prima persona la body art, facendone uno stile di vita istintivo per poi trasmetterlo agli avventori.
L’industrializzazione del settore ha creato dei prodotti per la vendita, il linguaggio è cambiato, si usano slogan per attirare l’attenzione, si offre la finzione visiva e cioè immagini perfette, tatuaggi dai colori scintillanti, neri profondissimi e solidissimi, si possono paragonare ad immagini pubblicitarie che offrono hamburger, biscotti, brioches ecc… super perfetti, ma che nella realtà sono totalmente diversi, quasi irriconoscibili, credo siano delle truffe. Oggi i tatuaggi ed i piercing vengono venduti così. L’industria ha appiattito tutto: radici, storia, sensazioni, originalità, individualismo, sono sempre più privi di vita.”

Chapter Four: il cuore è nella radice tribale
Il Brutal Black Project nasce da qui, dalla radice tribale. Il tatuaggio, come detto prima, è un atto primitivo, inteso come di antica matrice, ma anche come crudo, brutale. Così come lo sono il piercing, le cicatrici e le modificazioni corporali. E anche il nero.
Dai Maya alle tribù polinesiane, il tatuaggio è sempre stato un rito di passaggio. Dall’età infantile a quella adulta, raccontando continuamente i traguardi della vita. È sempre stata una pratica dolorosa, ma al contempo valorosa. E questa è la radice di Valerio e del suo progetto.
“Ho iniziato a fare piercing e sono sempre stato gasatissimo dalle popolazioni tribali, in particolare quelle africane. Guerrieri dall’aspetto importante con cicatrici e piercing giganti. L’estetica mi ha colpito e la ritualità intrappolato a tal punto da portarmi a vivere la body art in prima persona senza filtri”.
Quindi l’essenza di un tatuaggio Brutal Black risiede proprio qui. Nel vivere in prima persona quello che succede al proprio corpo, ma con l’obiettivo di portarlo al punto più alto a cui ogni individuo può arrivare. Quando l’adrenalina scende e le endorfine smettono di girare, arrivi al cuore del rituale. Quando il corpo trema, quando senti che non ce la fai più. Ma, se arrivi lì, se arrivi alla fine, completi il rito di passaggio con te stesso. Il BBP non intende il tatuaggio come arte, così come il tatuaggio non è del tatuatore. È di chi lo ha vissuto e lo porta, è esperienza.

“Dal punto di vista del BBP possiamo dire che la radice è tribale perché c’è una filosofia, un’evoluzione che vuole rimanere legata lì. Oggi chi ha intenzione di viversi il tatuaggio può trovare nel Brutal Black Project una possibilità di poterlo fare. Il BBP non è infliggere dolore per il mio piacere, è soltanto dare la possibilità alle persone di poter vivere, di poter avere il proprio rito di passaggio, che è una cosa estremamente personale.
Io sono esclusivamente un tramite che permette alla persona che si interfaccia con me, che vuole venire a farsi il mio progetto, di poterlo vivere esattamente come vuole, istintivamente.Quando mi chiedono cosa comporta e come affrontare il BBP la mia unica risposta è: sentiti libero di viverlo a modo tuo. Ogni sessione è singolare, non esistono regole (a parte il rispetto per la persona e le norme igienico-sanitarie vigenti), non sono una guida ne un santone, sono soltanto un tatuatore.”
Il Brutal Black Project è tutto ciò che di primitivo c’è nel tatuaggio, ma in chiave moderna.
Si potrebbe parlare di Modern Primitive, ma attenzione: non è una questione di estetica.
“Quando leggo di operatori palesemente dediti esclusivamente all’estetica, utilizzare termini come “ritual” o addirittura definirsi MODERN PRIMITIVE, lo trovo aberrante e scorretto come una vera appropriazione culturale, trattandosi di una finzione senza anima che si funge autentica. Credo sia una grossa presa per il culo“.
Chapter Five: il Brutal Black è uno stile
Io me lo sono chiesta. Anzi, gliel’ho chiesto. Ma il Brutal Black è uno stile?
La risposta è sì. È stile ed è tecnica.
Per i dummies come me: la differenza tra un blackwork, ipotizziamo su tutto il braccio, e un BBP sta proprio nell’esecuzione. Se programmi di tatuarti il braccio in un paio di sedute, ti cucchi le tue ore di gioie e dolori e te ne torni a casa, in attesa del prossimo round. Se lo fai con lo spirito BBP fai un all-in e raggiungi il tuo Nirvana come descritto nel capitolo precedente. Che poi, intendiamoci, nessuno ti obbliga a star lì per forza. Se fai Tap out sei libero di finire lì la tua esperienza.
Funziona esattamente come dovrebbe: in base alla parte del corpo da tatuare, Valerio “vede” un movimento che possa adattarsi alla forma del corpo. Da qui parte in modo del tutto istintivo, senza guide o disegni. E, a livello estetico, si caratterizza da un’impatto caotico, con linee che possono salire o scendere verso le parti del corpo interessate.
“Lo stile del BBP è una sorta di linee con del caos, che però non è un caos lasciato così al caso, è esattamente come io lo vedo sul corpo, istintivamente”.
E sapete cosa succede quando a qualcosa viene applicato il timbro del “ok, tu ci sei, esisti, ti riconosciamo”?
“Negli anni ho visto tantissimi operatori iniziare a farlo ma esclusivamente in maniera grafica. Quindi si sono impossessati della terminologia, del sangue e fingendo sia crudo in realtà è un prodotto costruito, recitato, nulla di vissuto. Questo non è Brutal Black Project, questo è brutal fake project. Chi imita il BBP senza averlo vissuto sa di veicolare un messaggio senza testo“.

Chi era Valerio prima del Brutal Black Project?
“Penso che il Valerio prima del BBP forse stava ancora cercando la sua strada, anzi il suo posto”.
E qual è il tuo posto?
“Il Brutal Black Project”.
Grazie, Valerio. Ci rivediamo presto… mi devi un cuoricino 😉
















