Artista, meccanico, costruttore di barche e surfista californiano. Pure designer, se vogliamo aggiungere una qualifica un po’ più chic. Un pioniere che ha messo quattro ruote allo spirito del surf e della libertà, che da brezza leggera negli anni Sessanta si è fatto maestrale nei decenni a seguire. Il tutto con un guscio di vetroresina che pareva più un pedalò che un vero e proprio mezzo di trasporto. Ma fu proprio quello il primo dune buggy della storia ad essere prodotto in serie. Tra le corse lungo i deserti del Messico, qualche cammeo in film culto e una nuova vita elettrica, il testamento di Bruce Meyers è un inno alla libertà e al non prendersi troppo sul serio.

Meyers, dalle tavole al volante

Solitamente le storie di questa rubrica nascono da una chiacchierata davanti a un caffè o da una telefonata che si apre con i convenevoli di rito e in pochi minuti si concentra su qualcosa che ha un motore.

In questo Issue si parte invece con un rammarico, perché questa chiacchierata, ahimè, non si può più fare. Eh già, perché la leggenda dell’automobilismo Bruce Meyers ci ha lasciato nel 2021, dopo 94 anni vissuti al sole rovente della California. D’altronde Meyers è stato un uomo che ha incarnato lo spirito californiano a tutto gas, spaziando tra l’amore per l’oceano e la passione per la meccanica.

Nato e cresciuto nel golden state fin da giovane si dedicò al surf, tra i primi a sfidare le onde su tavole ancora grezze, di legno. Il suo spirito avventuroso lo portò in marina durante la Seconda Guerra Mondiale, dove partecipò a combattimenti coraggiosi, come il salvataggio di un pilota ferito in mezzo alle fiamme.

Tornato dalla guerra iniziò a sperimentare con la fibra di vetro, all’epoca un materiale rivoluzionario. La utilizzò prima nella costruzione di barche, poi di tavole da surf più leggere e performanti. Fu proprio la fibra di vetro a segnare una svolta nella sua vita: nel 1964, utilizzando il telaio accorciato di un Maggiolino Volkswagen, nacque la MEYERS MANX, il primo dune buggy prodotto in serie.

Negli ultimi anni di vita continuò a essere un punto di riferimento per gli appassionati di motori e surf, lasciando in eredità non solo un’automobile iconica, ma anche lo spirito di un uomo che ha saputo unire la passione per la velocità con l’amore per la libertà e l’innovazione.

Dune buggy, quando il fai-da-te diventa funky

La storia della sua creazione più importante, il dune buggy, è intrisa di sabbia, sole californiano e spirito Do-It-Yourself. Sulle dune tra California e Messico per battere la concorrenza serviva mezzo leggero e maneggevole. Il Maggiolino Volkswagen era già molto attenzionato dai piloti non professionisti, perché da una base comunissima (ed economicissima) bastavano pochi accorgimenti per ottenere un Baja Bug. Certo, non era inarrestabile come le Jeep o le International Scout, ma sul misto veloce dove non erano indispensabili le quattro ruote motrici andava come un treno.

A Bruce Meyers non andava molto l’idea di fare come gli altri, e poi c’era da mettere a frutto tutto il tempo speso per studiare la lavorazione della fibra di vetro. E qui arriva l’intuizione, il colpo di genio, il palleggio da fuoriclasse. Via quindi la carrozzeria del Beetle, accorciò il telaio e ci assicurò sopra una scocca senza tetto in fibra di vetro.

Nacque così la prima dune buggy prodotta in serie, battezzata Manx in omaggio ai gatti dell’isola di Man, privi di coda come il design minimalista del veicolo. La Meyers Manx era rivoluzionaria per diversi aspetti, non solo per la carrozzeria leggerissima. Il motore posteriore del Maggiolino veniva mantenuto (anzi, faceva bella mostra di sé senza alcun coperchio, direttamente a sbalzo sulla carrozzeria), garantendo una buona trazione e un’esperienza di guida divertente e reattiva. Ma l’elemento chiave del successo della Manx fu proprio il suo spirito di auto costruita in garage, follia qui da noi ma attività comunissima nell’America dell’età d’oro dei motori.

Meyers non la vendeva come un’automobile finita, bensì come un kit di componenti. Questo approccio permetteva agli appassionati di personalizzare il proprio buggy scegliendo motore (boxer per boxer meglio il flat four della Porsche 356, no?), sospensioni e allestimenti in base alle proprie esigenze e al proprio budget. Era un invito alla creatività e all’ingegno, che ha contribuito in maniera determinante alla diffusione del fenomeno delle dune buggy in tutto il mondo. Migliaia di appassionati si sono cimentati nella costruzione della propria Manx, creando una vera e propria comunità accomunata dalla passione per l’off-road meno estremo e dalla libertà di personalizzazione.

A zonzo in spiaggia, ma non solo

La sabbia degli sterrati messicani è stata il terreno di gioco ideale per le dune buggy fin dalla loro nascita. Lo stesso Meyers partecipò attivamente alle prime edizioni della Baja 1000, la celebre corsa off-road che attraversa la penisola della Baja California. La leggerezza e la maneggevolezza del buggy unite alla potenza del motore posteriore del Maggiolino Volkswagen (opportunamente vitaminizzato) lo resero un serio contendente.

Nel 1967 una Manx pilotata da Vic Wilson e Ted Mangels trionfò addirittura nella prima edizione ufficiale della Baja 1000, superando di ben 5 ore il secondo classificato. Fu una vittoria schiacciante che contribuì a cementare la leggenda delle Manx nel panorama delle corse su sabbia. Tuttavia, il successo dei buggy non si limitò alla sola Baja.

La robustezza e facilità di personalizzazione di questi scriccioli in fibra di vetro li resero popolare in molteplici discipline desertiche e fuoristrada, negli Stati Uniti e in altri paesi. Negli anni, i team hanno continuato a spingere al limite le prestazioni del buggy modificando sospensioni, motori e carrozzerie per adattarli ai diversi tipi di terreno.

E ancora oggi le Meyers Manx partecipano a gare vintage e moderne, portando avanti l’eredità di Bruce Meyers e lo spirito di avventura che ha sempre contraddistinto questo veicolo simbolo del deserto.

Copiata, qualche volta dopata 

Sebbene la Meyers Manx sia l’icona per eccellenza tra le dune buggy (consacrata anche da gente del calibro di Steve McQueen nella celebre pelicola The Thomas Crown Affair del 1968), non è stata l’unica protagonista di questo movimento a quattro ruote nato sulle spiagge USA. Numerose aziende si sono cimentate nella creazione di questi veicoli off-road leggeri e divertenti.

Anche da noi, dove piccole botteghe come Autozodiaco e Puma negli Anni 60 e 70 hanno realizzato buggy basati su meccaniche Fiat e Autobianchi, strizzando l’occhio a un mercato nazionale esiguo, ma desideroso di avventura. Anche loro con una piccola consacrazione cinematografica, un po’ meno sofisticata. Era proprio un buggy della Puma quello rosso con la cappottina gialla di Altrimenti ci arrabbiamo.

Accanto ai costruttori di buggy completi, hanno giocato un ruolo importante anche le aziende che fornivano – e lo fanno ancora oggi – componenti e kit di trasformazione. Come EMPI, acronimo di “European Motor Products Inc.”, che da decenni permette agli appassionati di tutto il mondo di trasformare la propria Volkswagen in un dune buggy grazie a un catalogo di componenti come telai accorciati, carrozzerie in fibra di vetro e sospensioni rinforzate.

Sempre uguale, ma più moderna

La Meyers Manx è un’icona in continua evoluzione, pur rimanendo fedele al suo DNA originale. La classica Manx del 1964, prodotta praticamente identica per decenni, incarna lo spirito libero e minimalista delle dune buggy e si può acquistare ancora oggi.

Negli anni 2000 la gamma si è ampliata con la Manxter, un buggy più spazioso e confortevole pensato per chi cerca un’esperienza di guida più civilizzata (e con 2 posti extra) senza rinunciare al fascino del deserto e, soprattutto, senza dover tagliare il telaio del Maggiolino donatore.

L’azienda, che poco prima della morte del fondatore era passata di mano al fondo Trousdale Ventures, ha recentemente messo lo zampino anche nel mondo dell’elettrico con il lancio del Manx 2.0 EV, che segna un ulteriore capitolo nell’avventura di questo leggendario veicolo. È vero che la Manx EV include qualche comfort moderno e il motore elettrico, ma nonostante tutto mantiene intatto lo spirito della Manx originale.

La carrozzeria richiama le linee iconiche del primo buggy e l’esperienza di guida rimane coinvolgente, pur rispettando l’ambiente. Fedele all’anima DIY che l’ha resa celebre, la Meyers Manx offre ancora oggi la possibilità di acquistare il buggy già assemblato oppure di costruirlo in autonomia tramite un kit (solo per le versioni termiche). Questo approccio permette agli appassionati di personalizzare il proprio mezzo proprio come ai tempi di Bruce Meyers, magari dandogli un po’ di pepe con un motore boxer smontato da una Subaru Impreza…

La Meyers Manx è riuscita così a evolversi con i tempi, abbracciando l’innovazione e il comfort, ma senza mai dimenticare l’essenza del fuoristrada libero e spensierato che l’ha resa celebre in tutto il mondo. E Bruce ne sarebbe orgoglioso.