Ragazzi non so da che parte cominciare… Stavolta il pezzo è di quelli che scottano, quelli che ti provocano la tipica ansia da prestazione stile 15enne alle prime armi. Un po’ come la notte prima degli esami (questa l’avete già sentita, ma ci stava dai) o il momento che precede un calcio di rigore, che poi non è da quello che si giudica un giocatore (ok ok la smetto, giuro).

Anyway, oggi vi parlo di un album che ha fatto storia.

Già sulla copertina ci sarebbe da scrivere un pezzo a parte: un po’ perché la foto è talmente famosa, iconica e riconoscibile che starebbe bene esposta al Louvre, un po’ perché l’ha scattata nientepopodimeno che Annie Leibovitz. Il protagonista di spalle indossa jeans Levi’s, t-shirt bianca, ha il cappellino in tasca e, sullo sfondo, le strisce di una bandiera (tra l’altro, notare come il blue dei jeans, il rosso del cappellino e il bianco della t-shirt rappresentino proprio i colori della bandiera USA). Sì, esatto, vi sto parlando di Born in the U.S.A., l’album più famoso del Boss, all’anagrafe Bruce Frederick Joseph Springsteen, uscito esattamente 40 anni fa, il 4 giugno 1984.

L’album, registrato con la E-Street Band, contiene 11 tracce, scelte su 81 pezzi scritti dal Boss ed è considerato uno degli album più importanti della storia del rock.

Nonostante il successo planetario a volte, quando ne parlo con qualcuno, sembra quasi venga snobbato o sottovalutato in quanto “banale”. In realtà, non è un album qualsiasi: è il manifesto di una generazione. Ed è spesso pure frainteso.

Dalla title track alla foto di copertina, infatti, tutto ha un che di patriottico, di yankee. Il classico successone a stelle e strisce che sa di birra, barbecue, football e rock’n’roll. Tanto che Ronald Reagan voleva usare la canzone per la sua campagna elettorale in quanto la considerava un vero e proprio inno (ovviamente, il Boss rifiutò categoricamente).

Born in the U.S.A. è invece un album di protesta. Tratta temi che l’America, all’epoca, tendeva a nascondere sotto il tappeto. Parla di contraddizioni, di problemi da affrontare, di povertà. Di quella generazione di americani che avevano vissuto la guerra del Vietnam, di quello che avevano visto e fatto in quello sporco conflitto che ancora oggi non viene capito. Dei traumi al ritorno a casa, della vita ai margini della società, tra miseria e disagio (temi che il Boss toccherà spesso nelle sue produzioni, ascoltatevi The Ghost of Tom Joad di qualche anno dopo). È un po’ il sogno americano che si spezza, la grande illusione.

Sono loro i veri protagonisti dell’album, è a loro che è dedicato, con buona pace di Reagan e dei soliti benpensanti che non ci avevano capito un cazzo.

L’album scorre rapido. È un ritorno al rock potente e veloce dopo la parentesi folk e le atmosfere intime di Nebraska, con sintetizzatori, tastiere e sax a rendere il tutto più orecchiabile e “facile”. Il successo che ha avuto direi che lo può confermare. Una delle caratteristiche principali, in cui il Boss è maestro assoluto, va detto, è appunto il ritmo trascinante che fa da contraltare a testi che parlano di difficoltà, di tragedie, di momenti difficili e di temi scottanti, a volte scomodi.

Prendiamo proprio la canzone Born in the U.S.A.. Racconta di un uomo che si arruola e parte per la guerra in Vietnam anche per sfuggire ai propri problemi familiari. Combatte per l’America contro un nemico che non conosce, in una guerra che non capisce, ma ritorna da veterano. E qui scopre che non c’è più posto per lui, che non riesce a trovare un lavoro, che l’America non vuole i reduci, perché sono “rotti” e finisce in galera.

Provate ad ascoltarla in versione live, suonata in acustico e in versione blues: capirete la vera essenza di questa canzone e dell’album stesso. È una richiesta di aiuto. Ma con quel ritornello che sembra quasi urlato, la batteria potente, le chitarre e le tastiere che si susseguono, sembra davvero un inno (pare che il pezzo sia nato in effetti come canzone di protesta nel 1978, e dovesse intitolarsi, appunto, Vietnam).

Pensate all’incedere incalzante di Dancing in the dark, uno dei pezzi del Boss più famosi e il primo singolo estratto dall’album. Appena la puntina tocca il disco ti viene voglia di muoverti e ballare. Eppure parla di un uomo che si guarda allo specchio e del suo senso di inadeguatezza verso il mondo che lo circonda.

Canzone scritta di getto da un Bruce incazzato come una biscia e, probabilmente, autoriferita dopo che il produttore John Landau gli chiese l’ennesimo singolo da inserire nell’album (piccola chicca: il bellissimo video originale è stato girato da Brian de Palma e la ragazza che sale sul palco a ballare con Bruce verso la fine della canzone è una giovanissima Courtney Cox, la Monica di Friends).

O la stupenda I’m going down. Con la batteria e il sax che rendono il ritornello quasi ipnotico, ti sembra la classica canzone da sparare a palla in auto mentre parti per le ferie. Beh, parla di una coppia che litiga in macchina e della loro relazione in declino.

A proposito di ritornelli potenti, ascoltatevi No surrender. È un messaggio di forza, di vita, di resistenza. Una cavalcata trionfale. A me dà una botta di vita assurda. Parla di un gruppo di giovani amici che giurano di non arrendersi, di non mollare mai. Solo che, ovviamente, la vita e l’età li mettono davanti a prove e difficoltà. Il ritornello, però, ti fa pensare che nonostante tutto non mollino, che abbiano ancora la voglia di lottare per i loro sogni, i loro ideali, come quando erano giovani.

E poi Glory days, il cui testo narra dei tempi andati, a volte felici e a volte meno, con un misto di malinconia e tenerezza. Ma con il messaggio di godersi la vita e il momento. Inutile dire che, anche qui, Bruce e la E-Street band ci regalano una parte strumentale pazzesca che invoglia a prendere un microfono e cantare il ritornello a squarciagola.

Non poteva mancare una canzone romantica, intima, in cui un uomo brucia di desiderio per una donna che non può avere perché lei sta con un altro. È il rock soft di I’m on fire, con la chitarra lenta del Boss e i sintetizzatori a scandire il ritmo quasi “erotico” del pezzo.

C’è la speranza in futuro migliore cantata in Working on highway, in cui il protagonista si fa il culo sulla strada lavorando duro per cercare di mettere via due lire per andare a vivere con la sua amata.

Il viaggio nella disperazione di Downbound train narra di un uomo che perde la donna, il lavoro, che è passeggero di un treno che lo porta sempre più in basso e non vede luce né speranza in fondo al tunnel.

Poi ci sono la disillusione e il senso d’isolamento nel testo di Cover me, che di contro ha un ritmo pazzesco, con gli assoli incredibili di Little Steven alla chitarra. E visto che parliamo di Little Steven, sembra che Bobby Jean sia dedicata proprio a lui e al sentimento di amicizia che lo lega a Bruce.

Del rock’n’soul di Darlington County ne vogliamo parlare? È forse la canzone più allegra dell’album: racconta di due imbroglioni in giro per il sud Carolina che si spacciano pure per proprietari delle Twin Towers (motivo per cui, dopo l’11 settembre, per diversi anni la canzone non è stata in scaletta).

Chiudiamo in bellezza con My hometown, canzone impegnata, in tipico stile Boss, che mette nero su bianco temi come crisi economiche, tempo che scorre, proteste…

Insomma, un’opera a 360 gradi, immancabile nella nostra collezione, capace di farci riflettere sui grandi temi della vita, in grado di parlare di delusione, di amore, di amicizia, di vite difficili, di disperazione. Ma non è come quegli album che ti lasciano in buca, non è un lamento. Non ti mette malinconia o depressione. Il ritmo, la voce potente del Boss, la perfetta struttura musicale che ci regala la E-Street Band. È come se tutto ci volesse regalare una speranza per il futuro, come se alle volte per “guarire” dovessimo ballarci sopra, cantare a perdifiato, berci un paio di birre con gli amici di sempre e vivere e sorridere. Nonostante tutto.

Ok, fine del momento profondità, adesso mi stappo la suddetta birra gelata, alzo il volume dello stereo e brindo alla vita e a questo fottuto mondo, che proprio male non è. Perché, come diceva Ivan Benassi, “credo che per credere, in certi momenti, ti serve molta energia. Ecco, allora vedete di ricaricare un po’ le scorte con questo”.