Ogni volta che – generalmente sui social – inciampavo su una foto di Steve McQueen in moto, mi si ammosciava un baffo e imploravo mentalmente: basta, lasciate riposare quel poveretto in pace. La sua immagine è stata sfruttata per vendere qualsiasi cosa, dalle moto inglesi alle giacche sportive, dalle T-shirt alle tazze da tè. O anche soltanto per ammantarsi di figaggine con un post insulso, di cui nessuno – men che meno lui – avrebbe sentito la mancanza. Adesso accade meno di frequente. La bolla del vintage si è sgonfiata, tramontano i risvoltini dai denim 14 once, le field jacket con le toppe, le gomme tassellate su special incolpevoli. Lui, lui resterà. Perché? Perché è un’icona, sacra a tutti coloro che la benedizione natalizia della casa la tollerano solo con l’aspersorio carico a 98 ottani. In tempi in cui il termine è abusato e mercificato fino al parossismo, e l’aggettivo iconico è applicato – incredibile – anche alle palline profumate del bucato in lavatrice, forse è meglio riprendere in mano la cara, vecchia e impolverata Treccani.

Dunque, icòna [Der. del russo ikona, dal greco eikón, immagine]: arte immagine sacra, rappresentante Cristo, la Vergine, un santo, ecc. Attestate fin dal V sec. le i. hanno avuto grande diffusione, come oggetto di culto e venerazione (…). Nei programmi a interfaccia grafica utente, raffigurazione di tipo simbolico di un oggetto, in genere indicante un’applicazione (…). Al di là di quelle cliccabili con il mouse che vi hanno portato sin qui, è sulle raffigurazioni sacre che andiamo al dunque.

Tutti i Wheelerz ne hanno almeno una a cui votarsi. C’è chi ha Elvis e chi Maradona. Personalmente, in bagno accanto al lavandino, tengo un quadretto incorniciato di Gigi Riva, uno dei più grandi centravanti della storia del calcio. Nel radermi prima di una giornata difficile, lo guardo e penso: oggi cosa farebbe, come si comporterebbe lui al mio posto? Forza, bellezza, coraggio, potenza, velocità, lealtà, sguardo alto, capacità di soffrire e lanciare il cuore oltre l’ostacolo: nei suoi tratti da semidio greco ritrovo tutte le nobili qualità che le umane imprese dovrebbero ispirare.

Il punto è che le icone, quelle vere, le nostre, sono necessarie. Ora che, da pubblico, il sacro è sempre più privato, spretato e confuso con il profano e viceversa; ora che la società si muove con la fluidità dell’annegamento, circondati dalla mediocrità dell’iconografia adora e getta, l’icona diventa un’àncora esistenziale a cui aggrapparsi con tutte le forze. Tenetevela ben stretta, che si tratti di un premio Nobel, di un attore erotomane e tossicomane, di un pilota iridato. O anche solo di un ordigno a ruote.

Fateci caso: le icone appartengono quasi tutte a un passato remoto e molto spesso mitizzato. Da una parte è naturale: sono intessute della memoria trasmessa nel tempo. Dall’altra, dopo averne svilito l’essenza, è evidente come il presente sia incapace di generarne. Di sacri riferimenti siamo orfani e vedovi.

Ne ha scritto anche Mario Donnini su Autosprint, a proposito dell’automobilismo da corsa: “Tutte le volte in cui si tratta un argomento sensibile del pianeta racing di chi vorreste conoscere l’opinione, l’orientamento, il consiglio e la presa di posizione? Il più delle volte ascolto chi prova a dire la sua e resto deluso, perché, per quanto mi riguarda, godrei come un riccio a sentire cosa ne pensa Jim Clark, oppure, che so, Graham Hill, James Hunt, Niki Lauda o Mike Hailwood. Meglio ancora, mi chiedo a che livelli sarebbe arrivata la coscienza critica di un campionissimo quale Ayrton Senna. (…) Il pianeta car racing è penosamente, tristemente, dolorosamente e collettivamente orfano di una classe pensante purtoppo venuta a mancare”.

Al punto che la più beatificabile delle moderne trinità è quella di Clarkson, Hammond & May di “Top Gear”. Vale anche per le due ruote: abbiamo un pilota italiano tre volte campione del mondo che è eccezionale, ma non dice nulla. Quando i motociclistoni aprono i portafogli, taaac, ne saltano ancora fuori i santini di Valentino, del Sic, di Ago persino. Pazienza, verrà il giusto tempo anche per San Pecco.

Più del martirio, alla base dell’iconicità risiedono l’autenticità dei valori, lo stile personale e una forma di incosciente purezza. Scevra dal calcolo a tutti i costi, dalla convenienza e dai timori, dai conti della serva e dall’apparato di pierre onnipresente, soffocante, noioso.

Pesa anche il fattore nostalgia per tempi in cui era più facile identificarsi in qualcosa, qualcuno. D’altronde come si può rappresentare lo zeitgeist, lo spirito culturale di un tempo che ne è drammaticamente privo? Così fra Natale e Capodanno, nell’inevitabile partita doppia di ciò che è stato del ’23 e il preventivo del ’24, accendete una candelina davanti alle icone che vi ispirano, sacre o profane che siano. Soprattutto, ricordarvi di pesarne e rispettarne l’etimo ogniqualvolta affiorerà a fil di labbra, o in punta di dita.

Le parole sono ancora importanti.