Luglio è POP. È il mese del sole, del giallo, del caldo, è un mese che non sussurra, non bisbiglia, ma grida a pieni polmoni. È il mese dei colori che ti saltano addosso, dell’energia e della vita che pulsa ovunque.
Se chiudo gli occhi, senza troppo pensare, mi viene in mente subito il volto di Andy Warhol, l’autore più iconico della Pop Art: penso alle sue serigrafie di volti famosi, Marylin Monroe ed Elvis Presley, all’esplosione di colori densi. Penso a quell’iconica copertina che ha scritto la storia forse ancor più del disco e della musica stessa: Velvet Underground & Nico.
Le connessioni tra Andy Warhol e la musica che amo sono talmente tante che potrei scriverne per ore, ma mi piace l’idea di andare a scavare un pò più in fondo alla storia del biondo ribelle, andare insieme a scoprire qualcosa di più nascosto.

Da un uomo come Andy Warhol, geniale e con la propensione al mecenatismo, lui che ha preso sotto l’ala protettrice della sua Factory gli artisti più promettenti dell’epoca, da Lou Reed a Mick Jagger, ma anche Bob Dylan e Debbie Harry, ti aspetteresti un carattere espansivo, a tratti invadente.
Invece, la sua infanzia andrà a modellare la sua personalità rendendolo un uomo sicuramente eccentrico, ma che quando appariva in pubblico poteva sembrare lontano e scostante, molto timido. Presente e assente allo stesso tempo, tanto che la leggenda narra che mandasse suoi sosia ai party newyorkesi ai quali non riusciva a presenziare.

Partiamo da lontano: Andy nasce nel 1928 a Pittsburgh da una famiglia di immigrati cecoslovacchi, è sin da piccolo molto creativo e brillante e per questo dobbiamo ringraziare il DNA della mamma, grande appassionata d’arte. Quello che non tutti sanno è che Andy Warhol verrà colpito da una grave malattia del sistema nervoso che lo bloccherà a letto per parecchio tempo e, in un’epoca in cui per fortuna non si ammazzava il tempo scrollando la home di TikTok, lui passerà intere giornate ad abbuffarsi di arte.
Le più disparate arti, a dire il vero: dalla musica alla radio, leggendo biografie di star del cinema, collezionandone anche foto, divorando fumetti. Lui stesso dirà che lì, costretto a letto, sentì crescere il suo interesse per il mondo dello spettacolo, per lo show business.
Riceverà in regalo la sua prima macchina fotografica all’età di 9 anni, sviluppando le foto giù nello scantinato. E arriverà ad iscriversi al Carnegie Institute of Tecnology, frequentando i corsi di graphic design.
Arriveranno i primi lavori, le prime sperimentazioni. Se volete davvero approfondire la sua biografia, vi consiglio un libro da aggiungere alla vostra TO DO LIST, un libro in più da portare sotto l’ombrellone: Andy Warhol: A Graphic Biography di Michele Botton in format ographic novel. È una bio fighissima, davvero, con le illustrazioni del fumettista Marco Maraggi.
Dovremo aspettare il 1961 per poterlo ufficialmente eleggere come il papà della Pop Art, dove per Pop si intende popular: un’arte di massa, prodotta in serie e ironicamente provocatoria. “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”. Tac. Proviamo ad andare a dirgli che non aveva ragione…

Il nostro Andy diventa così una grande rockstar dell’arte e la sua “sala prove” viene frequentata da tutti i personaggi più cool & freak del momento.
La prima sede della Factory si trovava al quinto piano di un palazzo della 47°strada Est a Midtown Manhattan e all’epoca costava 100 dollari d’affitto l’anno. Il nome non era casuale e il concetto di fabbrica non era poi così lontano dall’etica lavorativa di Warhol: lì si lavorava sempre. Serigrafie, film, ogni giorno qualcosa di nuovo.
Lui stesso volle raccontare che “molte persone furono persuase che alla Factory tutti si occupassero solo di Andy, che lui fossi una sorta di grande attrazione che tutti andavano a vedere, ma era esattamente il contrario: era lui che girava attorno a chiunque. Andy Warhol si limitava a pagare l’affitto e la folla veniva semplicemente perché la porta era aperta. Le persone non erano particolarmente interessate a vedere Warhol, erano interessate a vedersi a vicenda. Venivano per vedere chi veniva”.
Artisti di ogni tipo: pittori, registi, attori, scultori, poeti e i The Warhol Superstars, personaggi bizzarri che Andy rendeva protagonisti delle sue opere sperimentali.
Tra tutti gli incontri non posso non accennarvi a quello tra Andy e Lou Reed: durante un piccolo concerto, non appena Lou Reed e i Velvet iniziano a suonare tutti vestiti di nero, cantando di eroina e sadomaso, Andy Warhol ebbe un’epifania, rimase ipnotizzato e il suo fiuto capì che lì c’era tutto quello che lui cercava e metteva nell’arte: trasgressione, disperazione, poesia.
Nella Factory da qualche tempo girava anche Nico, una bellissima modella tedesca stufa di moda e cinema, che cerca qualcosa di nuovo dalla musica. Due più due, uguale Velvet Underground & Nico. A onor del vero il disco non vendette moltissimo, ma sarà tra i più influenti della storia. Tant’è che tira musicisti: si dice che chiunque abbia acquistato una copia di questo album, poi, abbia formato una band.
E c’è la copertina, la famosa banana, che sale di diritto sul podio delle cover più iconiche della musica.
Aneddoto: Andy lavora con la band anche a una serie di “effetti scenici” durante i live, un suo film muto in bianco e nero alle loro spalle mentre suonano, alcuni performer, show di luci. Lo spettacolo è pronto a uscire dai confini di New York, giunge fino in California, un contratto per 3 settimane di concerti. Durante la prima data in sala ci saranno Jim Morrison e anche una giovanissima Cher, che a fine serata dirà lapidaria “Questa musica mi deprime, è un’esortazione al suicidio”. L’ha toccata piano…
Ma del resto, come disse Warhol stesso, “Eravamo consapevoli di fare qualcosa di rivoluzionario” e, sempre continuando a citarlo: “Vale la pena di essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto perché accade sempre qualcosa di divertente”. O di leggendario, come in questo caso.
Se vogliamo citare un altro lavoro che lega fortemente Andy Warhol al mondo del mio adorato rock dobbiamo per forza tirare in ballo un’altra copertina, questa qui: Sticky Fingers dei Rolling Stones, 1971.
Ci sono dischi che si ascoltano. E poi ci sono dischi che si toccano. Letteralmente.
Come questo album qui, tra i più sexy, sudati e sporchi che abbiano mai messo su nastro le pietre rotolanti del rock e con questa copertina che fa la storia.

Un bel primo piano di un pacco maschile in jeans, frontale, provocante. Non è una stampa. È una foto vera. E c’è una zip vera. Da aprire. E dietro, sorpresa: le mutande bianche. Un gesto semplice, ma carico di tutto. E dietro a quest’idea, questa bomba visiva, c’è ancora una volta Andy Warhol.
È Mick Jagger all’epoca a chiedere aiuto a Warhol, gli chiede di curare l’artwork del disco. E lui decide di portare il rock dentro il mondo della body art industriale, della moda e del desiderio visivo. Il corpo maschile diventa oggetto, icona, simbolo. In pieno linguaggio Pop Art.
Un deciso fuck agli schemi, alla censura e anche a una certa idea di virilità.

Aneddoto 2: la leggenda dice che quel pacco NON fosse di Jagger. Anzi, Mick pare fosse piuttosto infastidito che si pensasse fosse il suo. Di chi è con certezza ancora non si sa, ma il mistero ha alimentato il mito e il mito ha venduto parecchi dischi.
E allora se Luglio per Wheelz è un mese POP lo è nel senso più vero e profondo: esagerato, visivo, vivo, così come l’arte di chi ha avuto il coraggio di trasformare una banana, un volto o un paio di jeans in un simbolo eterno. La Pop Art è stato un modo diretto di urlare che la bellezza è ovunque. Nei dettagli più assurdi. Nelle immagini che consumiamo ogni giorno. In un disco, in una maglietta, in una copertina che si apre con una zip.
Warhol non ha solo firmato una copertina. Ha lasciato una cicatrice indelebile nella pelle della cultura pop.
Buona estate, amici.













