No, non mi sono rincoglionito all’alba delle 46 primavere appena compiute e tantomeno vi farò l’oroscopo per il 2024, che non voglio rubare il lavoro al buon Paolo Fox. Ma siamo in Febbraio e, guarda caso, è proprio il periodo del segno più anticonformista, idealista, sognatore, avventuroso, intraprendente, imprevedibile e innovatore dello zodiaco.

Gli Acquario, si dice, sono ribelli, allergici alle regole e pure impulsivi, con una buona propensione alla contestazione. Metteteci sotto al culo una moto o un’auto e avrete un mix decisamente esplosivo.

E quindi non lo facciamo un bell’elenco di piloti nati sotto questo magico (le mie ex avranno sicuramente da ridire) segno? Piloti del motomondiale con “laurea” in medicina, crossisti filosofi, baffuti piloti della Dakar e rallysti dalla vena comica. C’è di tutto e di più.

Tranquilli, non li elencherò tutti e non vi ruberò troppo tempo che sono quasi le 6, fra mezz’ora apre il pub sotto casa e se non mi vedono si preoccupano. Mi limiterò a citare quelli che per personalità, successi o “importanza storica” rappresentano al meglio le caratteristiche peculiari degli Acquario. E ovviamente quelli che mi piacciono di più. Che tanto, al solito, decido io.

 

IL DOTTORE

Iniziamo dal più famoso, da quel pilota che tutto il mondo ci invidia e che ha dominato il Motomondiale e la MotoGP per 25 anni vincendo ben 9 mondiali in tutte le cilindrate, 125-250-500-MotoGP. Una Leggenda. Lui è Valentino Rossi ed è nato il 16 febbraio 1979.

Velocissimo, ironico, istrionico, senza peli sulla lingua, capace di manovre al limite del regolamento e del buonsenso comune (chiedere a Stoner di quella volta nel 2008 in cui Vale l’ha sverniciato al temibile Cavatappi di Laguna Seca, improvvisando un folle fuoripista offroad che ancora oggi il povero Casey si sveglia di notte tutto sudato in preda agli incubi).

Il Dottore, così chiamato dopo una delle sue celebri esultanze post vittoria, ci ha tenuto incollati alla tv e regalato domeniche orgasmiche come non succedeva dagli anni di Tomba la Bomba.

LA FORMICA ATOMICA

Ma non c’è eroe senza il villain di turno. E chi poteva essere, se non quel Marc Marquez che si è permesso di spodestare il Vale nazionale? Nato il 17 febbraio 1993, lo spagnolo è pilota velocissimo, grintosissimo (a dispetto della struttura fisica da fantino, ma come ci insegnava il buon De Andrè sui piccoli di statura…), a volte sopra il limite, tanto che forse non ha vinto quanto avrebbe potuto causa cadute e infortuni in serie.

Dopo essere stato la bandiera Honda per quasi un decennio e aver sofferto parecchio per un grave infortunio al braccio (vedi le cadute di cui sopra), quest’anno si rimetterà in gioco con la Ducati del Team Gresini. E il suo sorriso dopo la prima prova con la rossa di Borgo Panigale lascia presagire che ci sarà da divertirsi…

MAXIMUM ATTACK

Forse non è stato il più vincente, ma sicuramente uno dei più veloci, spettacolari, carismatici e simpatici rallysti di sempre. Figlio di quella grande dinastia di piloti venuti dalla fredda Finlandia, Markku Alen (15 febbraio 1951) è legato indissolubilmente al marchio Lancia, uno dei massimi interpreti della guida delle terrificanti Gruppo B (037 ed S4). Vetture di 1000 kg capaci di sviluppare 650 cv: praticamente delle F1 da rally.

Lo chiamavano Maximum Attack perché o andava a cannone o capottava. Per lui dare il 99% voleva dire essere mediocre e infatti spingeva sempre al 110%. La leggenda narra che per evitare il turbo lag sulla Lancia S4 tenesse il piede inchiodato al gas usando solo il freno per cercare di farla rimanere in strada.

Chiedete ad Alex Fiorio di quella volta che era ancora un imberbe pilota del team junior Lancia (Il Team Totip) dopo una ricognizione al 1000 Laghi seduto al posto del passeggero con Markku alla guida della Delta… Appena sceso, alla domanda su come fosse andata, Alex rispose candidamente “Mi sono ca§@to addosso”.

Celebri anche le battute di Marrku in italiano maccheronico, tra le quali “Tu tira o resta a casa” oppure “Se gommo tiene, io vince gara! Se gommo non tiene, io come bomba dentro montagna…”.

IL TRENTINO VOLANTE

Non si può parlare di Gruppi B senza parlare di Attilio Bettega (19 febbraio 1953). Dopo i fasti del Drake Munari, in Lancia arrivò un giovane pilota trentino: faccia pulita, modi pacati, ma piede pesantissimo. Si faceva benvolere da tutti, pure dagli avversari.

Attilio Bettega è stata una stella che se n’è andata troppo presto, forse prima di aver raccolto i risultati che meritava, volato in cielo al volante della terribile Lancia 037, che sapeva far cantare come pochi. Il destino, beffardo e crudele, ce l’ha portato via proprio alla 4° prova speciale del Tour de Corse, la sua gara preferita.

A lui era dedicato l’evento più importante e sentito del glorioso Motor Show di Bologna, il Memorial Bettega appunto, dove i migliori rallysti al mondo si sfidavano per rendere onore ad un grandissimo campione che ha contribuito a rendere ancora più leggendaria la storia dei Gruppi B.

L’ARTISTA

Sono un artista. La pista è la mia tela, la macchina il mio pennello”. Basterebbe questo a descriverlo. Sempre elegante, capello rigorosamente impomatato e baffetto aristocratico. Norman Graham Hill (15 febbraio 1929) è sempre stato regolare, pulito e tremendamente efficace alla guida come solo un gentleman driver inglese può essere.

Ma parliamo anche di un 2 volte campione del mondo di F1 (’62 e ’68) e, soprattutto, dell’unico pilota della storia capace di vincere la Triple Crown. Per chi non lo sapesse, la Triple Crown è un riconoscimento non ufficiale che sta ad indicare la vittoria delle 3 gare più iconiche del motorsport a 4 ruote: il GP di Monaco, la 500 miglia di Indianapolis e la 24h di Le Mans.

Ecco, lui ce l’ha fatta, entrando così nel mito. Per non farsi mancare nulla, è stato pure il primo ad avere un figlio a sua volta campione del mondo di F1 (Damon Hill nel 1996). Ci ha lasciato, assieme alla sua squadra di allora, a causa di un terribile incidente aereo nel 1975.

IL GREGARIO IRRAGGIUNGIBILE

Si sa, gli Acquario sono tipi notoriamente indipendenti. Eppure, hanno un’innata capacità di coinvolgere e “fare squadra”. Fare squadra vuol dire anche, a volte, saper stare un passo indietro per far emergere le doti di qualcun altro, esser in qualche modo dei “compensatori”.

E in questo è maestro Sergio “Checo” Perez (26 gennaio 1990). Messicano, pilota di F1, dopo un passato ondivago tra Sauber e McLaren, è riuscito a portare in alto un costruttore indipendente come Force India (poi Racing Point), cogliendo la sua prima vittoria in F1 nel 2020 al GP del Sakhir.

E siccome è un Acquario, e gli Acquario non sono mai banali, ha ben pensato di cogliere questa vittoria dopo aver chiuso il primo giro all’ultimo posto (primo in assoluto a compiere un’impresa simile in F1). Dal 2021 è alla RedBull, guarda caso quando il velocissimo Verstappen ha vinto il primo dei suoi 3 Mondiali…

IL BAFFO FIAMMINGO

Tutti noi appassionati della gara motociclistica più conosciuta al mondo abbiamo bene impressa nella mente l’immagine di un baffuto pilota belga, talmente piccolo di statura da sembrare letteralmente aggrappato a quella specie di cammello su 2 ruote che era la BMW R 80 G/S Paris Dakar dell’epoca.

Tanto per capirci, per metterla in moto doveva salire sul cilindro del boxer e saltare sulla pedivella di avviamento. Lui era Gaston Rahier (1 febbraio 1947) e compensava la ridotta altezza (era 1.64) con una manetta e una capacità di orientarsi nel deserto che gli permisero di portare per ben 2 volte (1984 e 1985) la GS sul gradino più alto del podio della Dakar. E pure di vincere il Faraoni 1988 sull’altrettanto celebre (e grossa) Suzuki DR800 Big.

LA PANTERA ROSA

Chiudo con uno dei piloti che mi hanno fatto amare il motocross a stelle e strisce prima ancora dell’avvento di Jean Michel Bayle o Jeremy McGrath. Micky Dymond (21 gennaio 1965) fu il primo a utilizzare colori sgargianti e fluorescenti sui campi di gara, il suo rosa shocking era un marchio di fabbrica.

Stilosissimo e velocissimo, era uno strano incrocio tra un crossista, un surfista e una rockstar dalla chioma selvaggia. Sarebbe stato benissimo su un palco con una Fender Flying V, tanto quanto sulle onde della West Coast. Ha vinto il campionato AMA Motocross nel 1986 e 1987. Purtroppo, un grave infortunio non gli ha permesso di vincere quanto quel talento cristallino avrebbe meritato.

È tornato a gareggiare nel 2002, questa volta nel supermotard, con alterne fortune sportive (vanta però anche un secondo posto alla Pikes Peak), ma sempre con lo stesso stile di allora. Va da sé che dopo l’infortunio a fine Anni 80, si è dedicato a poesia, filosofia e musica rock. Come un perfetto acquario, insomma.

Va bene, avete capito che gli Acquario, soprattutto quelli motorizzati, mi stanno parecchio simpatici. Anzi, sono dei fighi pazzeschi. Ma che ci volete fare? Ve lo dice uno nato il 30 gennaio…