Quando Achille Varzi conobbe la catarsi dei grandi eroi, era il sopravvissuto di un mondo veloce ed elegante. Un’élite di aristocratici, gentiluomini dell’alta borghesia e pochi piloti professionisti prodotti dalla meccanica, che vestivano la precaria corazza dei cavalieri del rischio. Giovani temerari, ricchi, belli, di cultura e di tenore di vita elevati, protagonisti di uno sport estremamente affascinante e pericoloso.

Piloti veri, tutti: che fosse per amore della competizione, per la rapacità predatoria innata, o per la bellezza del gesto. Sempre in cerca della traiettoria ideale, in circuito e nella vita, al volante di macchine brutali che non lasciano scampo. Gente che con rara fortuna si spegne nel proprio letto, più spesso in quello di un ospedale, o nel minuscolo abitacolo di una vettura da GP.

Così avviene per Achille Varzi, che dell’eroe classico per eccellenza porta il nome, durante il Gran Premio di Svizzera nel Bremgarten di Berna. Se ne va in un piovoso 1° luglio del 1948, per un incidente inspiegabilmente banale, al crepuscolo di quel mondo mitizzato. L’anno prima era morto Ettore Bugatti, che aveva deificato la bellezza della macchina; mentre l’eterno rivale e amico Tazio Nuvolari aveva vinto la sua ultima gara, a 55 anni.

Ecco, Nuvolari: oggi di lui tutto si sa. Vita e vittorie, aneddoti e incidenti, stile di guida e drammi privati. Varzi, un’incognita. Un sentito dire. Eppure, a suo modo, un personaggio irripetibile.

Il dioscuro del Mantovano Volante, un gradino più sotto, ma velocissimo, dalla guida nitida come un doppiopetto gessato. Un professore del volante preciso e intelligente. Un pilota stilista e di stile, coerente in ogni chiaroscuro della vita, tra passioni fatali, benzina e morfina.

Con buona pace di Brecht, il popolo ha sempre sete di eroi. Era così nei totalitari anni Trenta, forse lo è ancora di più nell’impersonalità e nello spaesamento del presente hi-tech. In gara, nella furia di un duello, Achille Varzi non concede quartiere guidando con rare sbavature, facendo quello che fanno i campioni: rendere apparentemente facili le cose più difficili.

Nella sua Milano si mostra figurino impeccabile, elegantissimo nell’indossare camicie perfettamente stirate e costosi abiti su misura. In gara non è da meno: le tute da corsa e le camicie in seta azzurre le fa confezionare dalla famosa sartoria Pozzi di corso Vittorio Emanuele, per indossarle come abiti da sera. E poi la cuffia di cotone o di cuoio, le polo e gli ampi pantaloni in fresco di lana.

Varzi nasce nell’agosto di 120 anni fa da una ricca famiglia di industriali tessili di Galliate, nel Novarese. Quando debutta nelle moto all’inizio degli anni Venti, è già chiaro di chi sarebbe stato il rivale designato. Affamato di vita, Varzi coltiva i suoi vizi. Poker e sigarette, soprattutto. Per le donne è un magnete, anche se nel 1930 si fidanza con l’esuberante milanese Norma Colombo. Ed è già famoso, un principe, quando nel 1935, a 30 anni e con tre titoli italiani nel palmarès, divorzia con clamore dalle Alfa Romeo di Enzo Ferrari per sposare la Auto Union a motore posteriore voluta da Hitler.

È in Germania che la sua esistenza diventa impensabile. Nella primavera del 1935, nei box del Nürbürgring conosce Ilse Hubitsch. Bionda, occhi chiari e pelle eburnea, di bellezza straordinaria e quasi eterea. Sempre elegantissima, dotata di un fascino argenteo. Ma c’è un “ma”, a caratteri cubitali: è la moglie del compagno di scuderia Paul Pietsch.

S’innamorano all’istante: lei, una donna sposata a un talento della Germania nazista; lui, il pilota italiano malvisto dal regime fascista, ma idolatrato dalle folle. L’imperativo di quei tempi è vincere e il clamore dei risultati sommerge i sussurri del milieu delle corse. D’altronde, anche Rudolf Caracciola sposerà Alice Hoffman, l’amante di Louis Chiron.

Nel 1936 però si comincia a notare una strana dissonanza. L’uomo meticoloso e apparentemente distaccato, dalla memoria di ferro, prende a presentarsi con trascuratezza. Di solito così misurato, Varzi se ne esce a voce alta, a volte è esageratamente espansivo. Oppure, al contrario, è un fascio di nervi pronto a esplodere di furore competitivo. È disordinato, in ritardo.

Tra una gara e l’altra, a volte alla vigilia di una gara, diventa irreperibile. Varzi ha stretto amicizia con la morfina.Gliel’ha presentata Ilse, per ragioni ancora misteriose: calmare i nervi dopo il GP di Tripoli, alleviare il dolore in seguito all’incidente al successivo GP di Tunisi del maggio ’36. Alla Auto Union s’insospettiscono, finché al GP di Berna di agosto la verità emerge in tutto il suo sordo clamore. Achille è un tossico chic.

Nel giro di un paio d’anni, consumato dalle due dipendenze, Varzi sembra il fantasma del fuoriclasse che era. Quando smette di vincere emerge l’ipocrisia dei sussurri, dello scandalo sommesso, dell’invidia. Gli tolgono la patente, la licenza di corridore, il passaporto. Tutto. I suoi ammiratori scelgono di colpevolizzare Ilse, la tedesca tentatrice, il tumore che ha intaccato una fulgida carriera. L’elemento di rottura che si è inserito nella tensione perfetta dell’italico e omerico dualismo fra Tazio e Achille, dall’epos non meno mitico di quello fra i ciclisti Binda e Guerra.

“Varzi vinse tantissimo, animando una lunga stagione di corse. Fu splendido e italiano su mille piste lontane. Quel pilota così indecifrabile affascinò soprattutto gli osservatori diretti, gli addetti ai lavori. Non è un caso rintracciare gli indizi di una preferenza per Achille nei commenti di molti giornalisti“, ha scritto Giorgio Terruzzi nella biografia Una curva cieca.

Dopo quattro anni e due cure disintossicanti fra la Svizzera e l’Appennino modenese, è tutto finito. Ilse è separata a forza da Achille, che nel 1940 si rifugia nuovamente a Milano e sposa Norma Colombo. Dopo essere stata abbandonata, lei se lo riprende e lo accudisce per il ritorno inaspettato e vincente alle corse per l’Alfa Romeo, che pure ha deciso di puntare su di lui.

Finiti i bombardamenti, vince al Valentino e al Gran Premio di Milano del 1946, in Brasile e nella Temporada Argentina. Ma il mondo e le macchine stanno per cambiare. Anche se è meno veloce, a 42 anni Achille riluce dell’eroe di una volta. Fino a quel tragico fine settimana del Bremgarten, gonfio di pioggia e di lacrime.

Il 30 giugno si schianta Omobono Tenni, il Diavolo Nero della Moto Guzzi. Il giorno dopo, la stessa maledetta curva si porta via Achille. Ilse Hubitsch sopravvivrà alla morfina per risposarsi con un cantante d’opera e morire, dimenticata, nel 1969.

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