Una bella responsabilità. Questo ho pensato quando ho letto che The Bikeriders di Danny Lyon si sarebbe trasformato in un film sulla storia apocrifa degli Outlaws MC di Chicago. Poi ho lasciato che l’eccitazione fluisse.

Se esiste un libro di moto che vale la pena definire cult, siete serviti. Era praticamente introvabile, un unicorno, prima di essere stato ristampato più di vent’anni fa: conservo ancora come segnalibro il bollettino di importazione dagli USA datato 2003.

Ora anche il film? Troppa grazia, meglio tardi che mai, ecc. Eppure, dubitavo. Sarebbe stato all’altezza? Nelle sale ha girato, tipo, una settimana: al comune motociclista da Youtube non interessa. Così me lo sono perso, ma ho ottenuto il file privato. Quattro mesi di decantazione, no di esitazione, prima di guardarlo. Temevo la lama della delusione nel costato.

È che non esiste, un altro libro come The Bikeriders. Il fotografo Danny Lyon lo pubblicò nel 1968 dopo aver vissuto cinque anni fra gli Outlaws Motorcycle Club del Midwest, dal ’63 al ’67. Un po’ come aveva fatto il gonzo Hunter S. Thompson in California con Hell’s Angels, che infatti consigliò all’allora ventenne di Brooklyn “di non unirmi agli Outlaws, a meno che non fosse necessario per il lavoro; e di mettermi il casco“. Lyon decise di comprarselo, il casco, ma anche di entrare nel club.

Dopo aver documentato le lotte per i diritti civili degli afroamericani nei primi anni Sessanta, con il fedele approccio da reportagista che gli permetterà di approdare alla prestigiosa agenzia Magnum Photos, Danny Lyon decise di affittare un piccolo appartamento a Chicago e diventare una cosa sola con gli Outlaws MC. Viaggiando sulle loro stesse motociclette. Respirando la stessa aria che puzzava di benzina e di olio, di libertà e di violenza, nel “tentativo di documentare e rendere gloria alla vita del bikerider americano“.

Ne è uscito un corpus di immagini e di testimonianze uniche, che indagano nel profondo non tanto della mente, quanto del cuore di quei motociclisti fuorilegge, ribelli per una causa che sfuggiva al senso comune di un’America divisa fra edonismo e cambiamento. Hunter Thompson fu cacciato dagli Hells a calci in culo dopo un anno. Lyon indossò la giacca di pelle degli Outlaws MC dal ’66 al ’67, finché “ne rimasi piuttosto inorridito. Ricordo di aver avuto un forte diverbio con un tizio che aveva srotolato un’enorme bandiera nazista come tappeto da picnic su cui appoggiare le nostre birre. A quel punto mi resi conto che alcuni di quei tipi non erano poi così romantici“.

Rispetto a Hell’s Angels, The Bikeriders ha una marcia in più: le fotografie.

Semplicemente irripetibili, perché prese dall’interno di un ecosistema, quello degli Onepercenters, nel quale era impossibile inocularsi. Lyon scelse di utilizzare anche il registratore per far parlare liberamente i membri del club. Con empatia, senza giudicare.

Abbagliati dalla potenza iconica e dalla bellezza delle immagini, pochi si ricordano delle parole nella seconda metà del libro. Da quelle ha preso spunto il regista Jeff Nichols per raccontare le vite di Kathy e Benny, Johnny e Cal, Zipco e Cockroach sotto i colori fittizi dei Vandals MC: “Leggi le interviste che approfondiscono le foto e hai un quadro completo di queste persone. Il film doveva essere su questa gente e su cosa pensava di se stessa, come stava nel mondo e come non ci riusciva“.

Quando leggo che ci ha messo vent’anni per arrivare a girarlo, mi convinco. Sbircio il trailer, osservo il cast: Nichols ha in Michael Shannon un attore-feticcio. E difatti eccolo lì, nell’ottima compagnia di Jodie Comer, Tom Hardy, Austin Butler. E Norman Reedus, il biker di The Walking Dead, uno autentico come un dollaro d’argento.

Gli attori giusti in sella alle moto giuste. La produzione ha utilizzato oltre 40 Harley-Davidson e inglesi d’epoca, custom e restaurate, fra le quali una coppia di Electra Glide del ’65 e ’66. Ognuna era perfettamente funzionante e Butler ricorda di essersi allenato molto, per imparare a guidare la sua. Non era abituato ai freni a tamburo.

A Reedus è toccato un bobber con il telaio wishbone da Panhead, la forca Springer da Knuckle e un V-twin Shovelhead Anni 70, perché il motore originale era collassato. Tra le moto, diverse montavano il cambio “suicide”, cosiddetto per la difficoltà della cambiata che richiede di lasciare il manubrio.

Le giacche di pelle e i jeans non sono stati da meno. La costumista Erin Benach ha avuto otto mesi per trovare e lavorare il pellame di vitello utilizzato negli anni Sessanta, più spesso e rigido di quello attuale. L’ha sabbiato, invecchiato, tagliato su misura. A quei tempi, un giubbotto te lo portavi fin nella tomba: “Ho dovuto trasformarli a seconda dei personaggi, le giacche dovevano essere come se ci avessero sempre vissuto dentro. Per esempio Johnny, che viene dai Fifties, doveva avere una silhouette più grezza. Al contrario, quello di Benny doveva essere disinvolto come lui”. Missione compiuta.

E la colonna sonora, oh, la colonna sonora: Count Five, Shangri-Las, Magic Sam, Stooges… Altro che cult: cultissimo. Libro o film? Decisamente entrambi, meglio se in quest’ordine. Per scoprire, per capire. Per ricordarsi meglio per chi e per cosa batte il cuore di un bikerider.

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