1995. Avevo 17 anni, giravo con camicioni a quadri, jeans strappati e Converse. Ero appena stato a Londra e ascoltavo il meglio dell’hip hop e del rock cercando di dimenticare il 1994, che era stato un anno alquanto difficile. La perdita del grande Kurt e la fine del grunge come lo conoscevamo. La prima cocente delusione amorosa. L’Inter che aveva probabilmente la formazione più scarsa degli ultimi 50 anni. L’Italia che perdeva la finale dei Mondiali di calcio in USA. Insomma, un bel po’ di sberle per un 16enne.

Ma il 1995 era diverso, lo sentivo. Aveva portato nuove speranze, nuovi amori e soprattutto nuova musica. In particolare, un album, il primo di una serie. Di un gruppo che, ancora oggi, riempie gli stadi come 30 anni fa. Il 4 luglio del 1995 esce, infatti, Foo Fighters, lavoro d’esordio dell’omonima band, fondata nientemeno che da Dave Grohl, leggendario batterista di quei Nirvana sciolti appena un anno prima.

Ricordo ancora quando quel mio amico è arrivato la sera al bar tutto tronfio con la cassetta in mano. In copertina una specie di pistola extraterrestre e la scritta Foo Fighters. Passò mezza serata a convincerci che l’album era stupendo e che quel nuovo gruppo sarebbe diventato famosissimo (…si vantava di essere uno che ci capiva di musica, ma d’altronde lo diceva anche delle donne e del calcio, con alterne fortune, ecco). Ovviamente noi, saputo che era la nuova band di Dave Grohl, l’abbiamo allegramente sfanculato come al solito, affermando che i Nirvana non c’erano più e che quel tentativo di ripristinare la vecchia band non avrebbe funzionato.

Però l’album l’abbiamo ovviamente acquistato e ascoltato (al nostro amico non l’avremmo mai ammesso, nemmeno se la CIA ci avesse sottoposti a una session di water boarding). E girava, cazzo se girava.

Non aveva niente a che fare con il grunge che conoscevamo e che ci aspettavamo da Dave. Non c’era denuncia sociale, non c’erano quella rabbia e quella disperazione strisciante degli album dei Nirvana. Qui c’era dell’ottimo alternative rock, semplice, alla vecchia maniera, a tratti persino divertente e orecchiabile, con brani freschi e melodici.

Registrato nello studio di Robert Lang nell’autunno del ’94 e pubblicato dalla Roswell e dalla Capital Records, era qualcosa di nuovo per l’epoca. E rappresentava perfettamente l’approccio alla musica, e alla vita, di Dave Grohl, forse il meno grunge degli artisti grunge, da sempre conosciuto per la sua semplicità, la sua simpatia e l’entusiasmo contagioso che lo ha sempre portato a partecipare a millemila progetti con artisti di ogni genere musicale e non.

Quel geniaccio di Dave l’album l’ha composto completamente da solo, cantando e suonando TUTTI i cazzo di strumenti (a parte nel brano X Static dove troviamo Greg Dulli alla chitarra). Se non lo sapete, infatti, Dave, oltre ad essere un batterista fenomenale, sa tirar fuori musica praticamente da tutto. Voce, chitarra, basso, batteria, piano, tastiere… Praticamente voi gli date in mano qualcosa che fa rumore e lui ne tira fuori una canzone!

Scherzi a parte, dopo aver composto tutto l’album, il buon Dave ha iniziato a cercarsi dei degni compari per la band, alla quale ha dato il nome di Foo Fighters, sembra ispirandosi ai piloti degli aeri della seconda guerra mondiale che affermavano di aver avuto incontri o avvistamenti con oggetti volanti non identificati, quelli che poi sarebbero stati definiti UFO.

La scelta è ricaduta su Pat Smear alla chitarra (già turnista dei Nirvana), William Goldsmith alla batteria e Nate Mendel al basso, entrambi provenienti dai Sanny Day Real Estate. La formazione poi subirà molti cambiamenti fino al 2005, quando assumerà la sua forma definitiva, almeno fino alla tragica scomparsa di Taylor Hawkins nel 2022.

Comunque, l’album che ne viene fuori è un concentrato di vari stili e testimonia l’enorme bagaglio musicale di Dave. Dal pop punk di This is a call, a quello più tirato di I’ll stick around al pop vero e proprio di Big Me (accompagnata da uno spassosissimo video che andava in loop su MTV all’epoca). Dalle atmosfere più hardcore di Good Grief, Whattershed e Weenie Beenie, al quasi jazz di For All The Cows. Dalle ballad come Floaty e X Static, alla bellissima Alone+Easy target (il pezzo che preferisco). È tutto un continuo cambio di stile e ritmo, a tratti quasi spiazzante.

La paura che l’album fosse troppo vicino al sound dei Nirvana (sarebbe stata la strada più easy, in fondo) è stata velocemente smarcata. Certo, è un album d’esordio, non è perfetto. Certo, non ha la maturità e non ha tirato fuori 4/5 singoli spaccaclassifiche come il successivo The Colour and the shape. Ma se volete capire chi sono e come nati i Foo Fighters, questo è un album che non può mancare nella vostra collezione. Ma mi raccomando, non dite mai a quel mio amico che ve l’ho consigliato…

 

Quindi che aspettate? Divano, birretta fresca, cuffie. As usual.

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